19 febbraio 2013

Niccolò Copernico (1473 – 1543)


Oggi Google ci ricorda con uno dei suoi doodle che sono passati 540 anni dalla nascita di Niccolò Copernico. Ne approfitto per postare qui la mini-biografia che avevo scritto a suo tempo per Seconda stella a destra.

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Non si è mai visto un rivoluzionario la cui esistenza sia stata più cauta, piatta e noiosa di quella di Copernico. In realtà, quando si cerca di raccontarne la vita, viene fuori che i personaggi veramente interessanti sono quelli di contorno. C’è lo zio vescovo che lo cresce al posto dei genitori (il padre gli muore quando lui è ancora piccolo, e della madre si sa poco o niente): un personaggio sanguigno, dispotico e detestabile, la cui morte misteriosa si spiega forse con una dose di veleno somministrata dai cavalieri teutonici. C’è il fratello scapestrato, sempre ficcato in un guaio, il quale consuma gli ultimi giorni vittima della lebbra o, dicono i maligni, della sifilide. E soprattutto, c’è Retico: l’assistente fedele, il discepolo letteralmente cotto del maestro, lo studioso che capisce tutta la portata delle idee dell’astronomo e le sostiene con più veemenza e coraggio di quanto non faccia quello.

Copernico, lui, passa la vita a nascondersi. Tra i diciotto e i trentatré anni compie il giro delle università italiane, senza lasciare grandi tracce di sé come studioso. Nel frattempo, lo zietto si è sbattuto per trovargli un incarico di tutto riposo come canonico della cattedrale di Frauenburg. A parte incassare la ricca rendita, Niccolò non fa molto altro, e in realtà non si farà vedere a Frauenburg prima della morte dello zio, ben tredici anni dopo essere stato nominato. Da quel momento non si muoverà più di lì, e se ne starà per lo più chiuso nella sua torre d’avorio a pensare agli affari propri.

È buffo che uno il cui stesso nome oggi evoca sconvolgimenti dell’ordine costituito, punti di vista anticonformisti e battaglie contro l’oscurantismo sia stato in realtà un pavido e obbediente conservatore, un pedante antimoderno, un rispettoso fautore del principio d’autorità. La ragione che lo indusse a mettere mano al sistema tolemaico non fu distruggerlo, ma piuttosto perfezionarlo, per renderlo ancora più aderente ai dettami di Aristotele. Tolomeo, per accordare il suo modello con le osservazioni, era stato costretto a fare qua e là qualche piccola eccezione, rinunciando alla rigida uniformità dei moti circolari.

«Non sia mai!» reagisce scandalizzato Copernico. «Piuttosto, metto in moto la Terra intorno al Sole!». Tanto, che il Sole fosse al centro del cosmo lo dicevano già i pitagorici, e Copernico, sempre contento di trovare sostegno in un testo antico, si sente in una botte di ferro.

Pur di non usare altro che moti circolari e uniformi, finisce per complicare il sistema tolemaico in modo quasi grottesco, infarcendolo di epicicli a profusione. Nonostante tutto lo sforzo, però, non riesce a ottenere un accordo con le osservazioni che si dimostri migliore di quello di Tolomeo. Ad Aristotele piacciono tanto i cerchi, e con Aristotele non si discute. Copernico butta giù le sue idee sui moti planetari in un libretto che non suscita più di tanto clamore. Lui stesso non sembra particolarmente convinto del sistema messo in piedi. Sennonché, mosso dal passaparola, venticinque anni dopo arriva a Frauenburg il giovane matematico Giorgio Gioacchino Retico. Retico, al contrario di Copernico, è agitato dal sacro fuoco, e comincia a bombardare di domande, dubbi e suggerimenti l’ultrasessantenne e prudente canonico. Questi, timoroso di diventare uno zimbello agli occhi del mondo, oppone resistenza: «Ma no, in fondo è tutto un gioco matematico, mica son sicuro che la Terra si muova davvero, teniamo la cosa tra noi, sii buono, ché la gente è ignorante e chissà poi cosa capisce». Un cuor di leone, insomma.

Il tira e molla va avanti per un paio di anni, con Retico a insistere e Copernico a traccheggiare. Alla fine, dopo che persino un cardinale (pare, su sollecito del Papa) gli scrive lodi sperticate e lo invita a divulgare il suo sistema, cede. Non si impegna di persona, figurarsi, ma chiede a Retico di curare la pubblicazione del trattato, il De revolutionibus, che non ha mai smesso di cesellare per oltre trent’anni. Misteriosamente, il nome del fedele discepolo viene dimenticato dal maestro (lapsus freudiano?) nella dedica introduttiva.

In corso di stampa, la mano di certo dotata delle migliori intenzioni ma eccessivamente zelante del teologo Osiander si premura di aggiungere all’opera una prefazione posticcia, priva di firma, in cui si invitano i lettori a non prendere troppo sul serio i calcoli ingegnosi, sì, ma privi di reale fondamento.

La leggenda vuole che Copernico, ricevuta la copia staffetta del libro ormai sul letto di morte, ne abbia subìto il colpo finale rendendosi conto che tutti lo avrebbero preso per l’autore di quella prefazione. Per noi che lo conosciamo, non è invece da escludere, al contrario, che l’estremo atto di prudenza lo abbia alquanto sollevato rasserenandone gli ultimi momenti.

Alla fine, la rivoluzione copernicana si fece comunque. Solo molti anni dopo e, in un certo senso, malgrado Copernico.

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