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21/06/08

Eureka!

Magari siete rimasti con la curiosità di sapere chi ha intuito per primo il vero motivo per cui il cielo di notte è buio. Ve lo dico subito, così se volete potete anche smettere di leggere. Non è stato uno scienziato. È stato Edgar Allan Poe.

Nel 1848, un anno prima di morire, Poe scrive uno strano libro intitolato Eureka.  Strano nella forma, perché è un "poema in prosa", ma soprattutto strano nella sostanza. Con Eureka, infatti, Poe vuole costruire una cosmologia, ovvero:

"parlare della fisica, metafisica e matematica dell'universo spirituale e materiale; della sua essenza, della sua origine, della sua creazione, della sua condizione presente e del suo destino."
Si capisce già dalle prime pagine che Poe prende terribilmente sul serio quella che avrebbe finito per essere la sua ultima opera, e che ritiene di aver avuto un'illuminazione che lo ha portato alla soluzione delle questioni ultime. Pur riconoscendo che i risultati descritti in Eureka non sono frutto di indagini scientifiche, ma semplici intuizioni artistico-spirituali, Poe afferma con una certa enfasi che essi debbano comunque essere considerati veri.

Nel corso degli anni, molti si sono fatti affascinare dal fatto che alcune delle idee contenute in Eureka sembrerebbero aver anticipato l'idea moderna di universo in evoluzione descritta dal modello del big bang e ormai provata dalle osservazioni. Si parla di un universo che ha origine da un'unità primordiale che evolve verso la complessità, e c'è addirittura quella che oggi potremmo ritenere la previsione dell'espansione dell'universo. In realtà, però, accanto a qualche intuizione apparentemente corretta, Eureka ne contiene molte altre completamente sballate. E poi, ovviamente, manca qualunque giustificazione logica o quantitativa per le idee proposte. Ma come accade con tutte le speculazioni fantasiose — soprattutto se ammantate da un certo mistero — a posteriori può capitare di trovarci delle verità, anche se in modo del tutto accidentale.

Resta il fatto che l'idea sostenuta da Poe — cioè che l'universo potesse avere un'età finita — non era affatto popolare tra gli studiosi dell'epoca. Per questo, è andata a finire che lo scrittore risulta essere il primo ad aver azzardato qualcosa che somiglia molto alla soluzione corretta del paradosso di Olbers (ovvero del fatto che il cielo notturno è buio). Ecco qui:
"Se la successione delle stelle fosse infinita, lo sfondo del cielo avrebbe una luminosità uniforme, come quella della nostra Galassia - perché non potrebbe esserci assolutamente nessun punto, in tutto lo sfondo, privo di una stella. Il solo modo, perciò, in cui potremmo comprendere i vuoti osservati dai nostri telescopi in tutte le direzioni, sarebbe di supporre che la distanza dello sfondo è così grande che nessun raggio luminoso possa aver ancora avuto il tempo di raggiungerci."

03/05/08

L'illusione della Luna

Qui si è sempre subito il fascino delle illusioni ottiche, o degli inganni percettivi in generale e, a giudicare dalla popolarità che di recente ha avuto in rete l'animazione della ballerina che può essere vista ruotare sia in senso orario che antiorario, il fascino è largamente condiviso. 


Per una scienza come l'astronomia, gli inganni visivi sono stati storicamente molto insidiosi, come testimonia il celebre caso degli inesistenti canali marziani immaginati da Schiaparelli a cavallo del ventesimo secolo. Un'illusione astronomica molto tenace che tutti possiamo sperimentare è quella che ci fa vedere la Luna più grande quando è bassa sull'orizzonte, cosa alla quale sono state date in passato le spiegazioni più fantasiose, tra cui un misterioso effetto di lente causato dall'atmosfera terrestre. Che il fenomeno sia solo un'illusione ormai si sa (per convincersene basta fare misure anche artigianali del diametro angolare del satellite in posizioni diverse del cielo) ma la spiegazione accurata dal punto di vista della psicologia è ancora controversa. Una (secondo me la più convincente) la trovate nel bel libro di Paola Bressan, "Il colore della Luna". Che non è un libro sulle illusioni ottiche, ma piuttosto sul modo in cui l'evoluzione ha plasmato il meccanismo incredibilmente sofisticato con cui vediamo il mondo, lasciandosi inevitabilmente dietro qualche ambiguità che ogni tanto ci gioca qualche scherzo. Così, ci si rende conto di come la nostra visione delle cose sia in realtà una (ri)costruzione, non completamente oggettiva, effettuata sulla base di una complessa elaborazione degli stimoli provenienti dall'esterno. E comunque, pur non essendo un libro sulle illusioni, di illusioni ce ne sono di davvero notevoli. Per farvene un'idea, andate a dare un'occhiata al blog del libro (dove trovate spiegata anche l'illusione della Luna).

13/04/08

La nuvola nera

"La nuvola nera" è un buon romanzo di fantascienza del 1957 — niente di strano, in un'epoca in cui di buona e ottima fantascienza se ne scriveva tanta. Solo che questo romanzo lo ha scritto Fred Hoyle, che è stato uno dei più grandi astrofisici di tutti i tempi. E nel leggerlo, oltre a capire come va a finire la storia, ci si può divertire ad andare a caccia di riferimenti scientifici. Che non sono pochi, visto che si tratta di fantascienza "dura" e che, come dice lo stesso Hoyle nella nota iniziale, poco di quello che vi è raccontato è totalmente inverosimile. 

Paradossalmente, però, la cosa su cui il libro mostra tutti i suoi anni è forse proprio quella che Hoyle si aspettava di meno — e a cui, come scienziato, teneva di più. Hoyle, per chi non lo sapesse, è stato l'inventore del nome "Big Bang", riferito al modello di universo in espansione. Inventore del nome, ma non del modello, che anzi detestava con tutte le sue forze. (Big Bang, in origine, era un termine derisorio, coniato durante una trasmissione radiofonica: come per dire, "il modello col botto all'inizio".)  Hoyle aveva invece ideato un modello in cui l'universo, pur essendo in espansione, rimaneva stazionario (cioè sempre uguale a se stesso, senza inizio né fine) attraverso una continua creazione di materia. (La leggenda vuole che l'idea sia venuta a Thomas Gold, uno dei propugnatori del modello insieme a Hoyle e Hermann Bondi, durante la visione di  "Dead of Night", un film fanta-horror con una struttura ciclica.) Be', a un certo punto del libro, Hoyle non perde occasione per polemizzare con i suoi rivali scientifici: si scopre (non vi dico come, nel caso non l'aveste letto) che l'Universo non ha origine, e uno dei protagonisti dice una frase del tipo "aspetta che lo sappiano quelli del Big Bang". Peccato, però, che oggi sappiamo che Hoyle aveva torto. Ironicamente, la sconfitta del modello di universo stazionario arrivò (con la scoperta della radiazione cosmica di fondo) nel 1964, cioè proprio l'anno in cui Hoyle, nel romanzo, situa l'arrivo della nuvola nera. Una nuvola nera per Hoyle, certamente, che poi nel resto della sua carriera scientifica non perse l'abitudine alle idee eretiche e controverse (come la 'panspermia', ovvero l'idea che la vita sia arrivata sulla Terra dallo spazio).

(È un po' un peccato che Feltrinelli non abbia mai rimesso mano alla traduzione, datata e purtroppo spesso inaccurata nel rendere i termini scientifici. A parte il dannunziano "jonizzazione", c'è anche un "diagramma colore-grandezza" che dovrebbe essere "diagramma colore-magnitudine".)

05/04/08

Infinite possibilità

"L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere."
— J.L. Borges, La biblioteca di Babele

Periodicamente me lo vado a rileggere, per essere sicuro che faccia sempre lo stesso effetto, e ogni volta ne ho la conferma: per me, La biblioteca di Babele è uno dei più bei racconti che siano mai stati scritti. In poche pagine ci viene descritto un intero universo: o meglio, ci vengono date le regole per generarlo. Il racconto di Borges è una cosmologia immaginaria ma perfettamente coerente. Il senso di vertigine che ci prende durante la lettura è simile a quello che ci prende pensando alle cifre del pi greco: quello dell'infinito che scaturisce dal finito. La totalità del cosmo immaginato da Borges scaturisce dalle potenzialità racchiuse in poche leggi combinatorie: una specie di realizzazione pratica del "teorema della scimmia dattilografa" (ovvero: dato abbastanza tempo, una scimmia che picchi a caso i tasti di una macchina da scrivere può produrre tutti i libri del British Museum).

La Biblioteca è fatta di stanze esagonali, ognuna contenente 640 libri organizzati in scaffali: ogni libro ha 410 pagine di 40 righe, ogni riga ha 40 caratteri. Questo significa che ogni libro contiene 410 x 40 x 80 = 1312000 caratteri. I segni tipografici utilizzati sono 25, il che dà un totale di 25 elevato alla 1312000 libri possibili. Un numero finito, eppure inimmaginabilmente più grande del numero di tutti gli atomi contenuti nell'universo visibile (che si può stimare essere circa 10 elevato alla 80). La Biblioteca contiene non solo tutti i libri già scritti, ma anche tutti i libri che potrebbero essere scritti. Il che significa: tutte le storie possibili, comprese le descrizioni dei più minuti episodi delle nostre vite. Cercando un po' in giro, ho scoperto che c'è chi ha creato un simulatore dei libri contenuti nella Biblioteca. (Ovviamente, non riuscirà mai a produrre niente di neanche lontanamente vicino a un libro sensato, e la frazione di libri effettivamente prodotti sarà sempre completamente irrilevante rispetto al totale.)

22/11/07

Sezione Pi Quadro

Sezione Pi Quadro, vincitore del Premio Urania 2006, è un ottimo romanzo di genere, un noir fantascientifico ambientato nella Napoli del 2059. Un romanzo che, nonostante i ripetuti ed evidenti omaggi a una tradizione in cui il mondo anglosassone la fa da padrone, è fortemente italiano nell'impianto complessivo. Questo sia detto semplicemente per constatare che buona e credibile fantascienza può essere ambientata nei vicoli di Napoli altrettanto bene che 'downtown' Los Angeles.

Non spenderò molte parole sulle indubbie capacità letterarie di Giovanni De Matteo, che non vengono certo scoperte adesso. Per tenere fede alla vocazione di questo blog, mi interessa soprattutto sottolineare la cura del dettaglio che l'autore ha messo nella descrizione degli aspetti scientifici e tecnologici, secondo me cruciali in una buona storia di fantascienza ma troppo spesso trascurati a vantaggio di una lettura esclusivamente sociologica. Mi è capitato raramente in un'opera di questo tipo di sentire parlare con la stessa cognizione di causa di meccanica quantistica, di paradigma olografico, di nanotecnologia, di neuroscienze. La cosa è essenziale nell'economia della storia, in quanto Sezione Pi Quadro si colloca a suo modo nel filone della letteratura post-singolare, quella in cui si dipinge un futuro prossimo improvvisamente trasformato da un'esplosione tecnologica a catena, una discontinuità dopo la quale nulla è più come prima - una singolarità, appunto. Qualcuno potrebbe trovare queste parti del racconto - in alcuni casi dei veri e propri minisaggi disseminati lungo la trama - troppo pesanti. Io le ho trovate interessantissime. La Napoli futura di De Matteo prende vita anche in questo modo - per esempio quando seguiamo il protagonista salire su un veicolo a idrogeno e ascoltare un notiziario radiofonico che parla di colonizzazione spaziale.

Insomma, non la faccio troppo lunga: a me il libro è piaciuto. Adesso non resta che aspettare De Matteo alla prossima prova.

03/11/07

Quella volta che Kubrick credette (per poco) di aver visto un UFO

Sfogliando il catalogo della mostra su Stanley Kubrick che si tiene in questi giorni a Roma, ho trovato qualche dettaglio in più su un episodio di cui avevo già letto nel libro "Interviste extraterrestri" (libro di cui avevo parlato qui e qui). Nel 1964, mentre lavorava con Arthur Clarke alla sceneggiatura di "2001 Odissea nello spazio", Kubrick contattò la US Air Force per segnalare l'avvistamento di un oggetto volante non identificato. L'avvistamento era avvenuto sulla terrazza di un albergo di New York, mentre Kubrick era in compagnia di sua moglie Christiane e dello stesso Clarke. Nel catalogo sono riportate le pagine del questionario che l'USAF fece riempire al regista, come voleva la prassi. Fu subito chiaro che Kubrick aveva osservato il passaggio nel cielo di una nostra vecchia conoscenza: il satellite Echo. Va detto che questa era stata proprio la prima spiegazione venuta in mente al regista, come si vede dalle sue risposte al questionario (meticolosissime, come ci si aspetta). Echo viene infatti citato da Kubrick come esempio sia per le dimensioni che per la luminosità dell'oggetto osservato. L'origine dell'equivoco pare sia da attribuire al fatto che tanto il New York Times che il Planetario Hayden, consultati dal regista, avevano fornito un orario sbagliato per il passaggio del satellite sulla città.

(Per inciso, se come me siete fissati per Kubrick, la mostra merita una visita. Ci sono le sceneggiature originali, i libri consultati e annotati da Kubrick, materiale di scena, modellini dei set e attrezzature tecniche - le maschere da scimmione e i caschi di 2001, le asce di Shining, i costumi di Arancia Meccanica e Barry Lyndon, gli obiettivi e le macchine da presa usati da SK. Con un biglietto Metrebus timbrato si entra per 10 Euro, e se resta tempo si visitano anche altre due mostre: Rothko e Ceroli. Avete tempo fino al 6 gennaio.)

02/10/07

Le Scienze

Nel numero di ottobre c'è questa recensione.

19/09/07

Da rosso a blu?

Dicevamo del ‘terraforming’ di Marte. Si tratterebbe di modificare artificialmente l’ambiente del pianeta, in modo da renderlo gradualmente adatto alla vita. È un’idea originariamente proposta, tra gli altri, da Carl Sagan negli anni ‘70, e più di recente propagandata da Zubrin, come si diceva ieri, nel libro ‘The case for Mars’.
È ormai opinione piuttosto condivisa tra gli esperti che Marte abbia avuto in passato un clima più caldo, simile alla Terra, e acqua liquida in superficie. Poi, Marte avrebbe perso gran parte dell’atmosfera, per varie ragioni: cessazione dell’attività vulcanica (che assicura il riciclo dei gas intrappolati nelle rocce), scarsa gravità superficiale (che fatica a trattenere i gas più leggeri) e assenza di campo magnetico (che protegge l’atmosfera dal vento solare). A quel punto, con una pressione atmosferica bassissima e senza effetto serra, la temperatura marziana è scesa a livelli incompatibili con la presenza di acqua liquida.
Zubrin e gli altri seguaci del terraforming marziano, propongono di invertire il processo, in modi teoricamente sensati ma alquanto fantasiosi dal punto di vista pratico. L’idea sarebbe di riscaldare la superficie del pianeta (attraverso specchi in orbita e con la produzione artificiale di grandi quantità di anidride carbonica e di altri gas serra: una cosa, quest’ultima, che sulla Terra purtroppo abbiamo imparato a fare piuttosto bene). In una seconda fase, si impianterebbero cianobatteri e alghe in grado di attivare la fotosintesi su scala globale, producendo ossigeno. Al termine del processo (che secondo Zubrin e soci richiederebbe solo poche centinaia di anni, una stima a dir poco ottimistica), Marte dovrebbe avere un’atmosfera respirabile, clima temperato e acqua liquida. E allora via con le colonie.
Come si vede, si tratta di fantasticherie a briglia sciolta, e non è sorprendente che per ora il loro unico risultato sia stato quello di aver ispirato gli autori di fantascienza. Per esempio Kim Stanley Robinson (peraltro socio della Mars Society di Zubrin), che nella trilogia ‘Red Mars’, ‘Green Mars’ e ‘Blue Mars’, ha immaginato le fasi del terraforming e della colonizzazione marziana, in una saga che copre duecento anni di storia futura.

03/09/07

Troppo buono

A Giovanni De Matteo 'La musica del Big Bang' è piaciuto.

24/07/07

Delusioni

Uno aspetta per anni di leggere un libro che si intitola "Sulla realtà dei quanti". Aspetta di leggerlo da quando lo ha visto citato nella bibliografia ragionata di "Godel, Escher, Bach" che, vabbè, avrà pure i suoi limiti, ma è comunque un gran libro, e Hofstadter non è mica uno stupido. Bello, pensa, è strutturato come un dialogo galileiano, ci sono dentro proprio Salviati, Sagredo e Simplicio che discutono di meccanica quantistica. E che bella la meccanica quantistica, c'è tanto di quel materiale su cui speculare, tante cose da provare a capire. E il "Dialogo" di Galileo è un libro meraviglioso. E, insomma, uno questo libro lo vuole proprio leggere, ma non è mai il momento; però in realtà gli sembra quasi di averlo letto già e di sapere che è proprio bello. Poi un giorno finalmente lo legge. E non gli piace nemmeno un po'.

20/07/07

I sogni di Einstein

In un mondo in cui il futuro è già deciso, la vita è un infinito corridoio di stanze: ogni stanza viene illuminata al momento opportuno e la successiva è al buio, ma già pronta. Camminiamo da stanza a stanza, guardiamo quella illuminata, il presente, e poi andiamo avanti. Non conosciamo le stanze successive, ma sappiamo che non possiamo cambiarle. Siamo spettatori delle nostre vite.
Normalmente non rileggo libri già letti. Mi sembrerebbe di usare male il tempo, già scarso, che posso dedicare alla lettura. E poi c’è sempre il rischio di avere brutte sorprese, scoprire che il libro è invecchiato male, o sono invecchiato male io. Ma ieri sera non riuscivo a decidere quale libro iniziare tra i tanti in attesa. E, un po’ per pigrizia, un po’ perché l’idea mi frullava in testa da qualche giorno, ne ho ripreso dallo scaffale uno che avevo letto una quindicina di anni fa, alla sua uscita, mentre mi stavo laureando. Si chiama "I sogni di Einstein". Lo pubblicava Guanda, non so se sia ancora in catalogo. Lo ha scritto Alan Lightman, che è un fisico del MIT, co-autore tra l’altro di un famigerato testo sui processi radiativi che gli studenti di astrofisica conoscono fin troppo bene. Lightman si è diviso per molto tempo tra il mestiere di scrittore e quello di scienziato, ha scritto su molte riviste non scientifiche, tra cui il New Yorker, e oggi insegna scrittura, sempre al MIT. “I sogni di Einstein” è strutturato come una serie di variazioni sul tema del tempo. Racconti brevi, fantasie che prendono forma nella mente di Einstein, a Berna, nel 1905, mentre lavora alla teoria della relatività. In ognuno, si mostra un mondo in cui il tempo scorre in modo diverso da quello a cui siamo abituati. Il risultato somiglia a certi racconti di Borges, o a “Le città invisibili” di Calvino. Ma con più poesia.
L’ho riletto tutto in una serata. È ancora più bello di come me lo ricordavo.

05/07/07

Meglio tardi...

Questo articolo era uscito su La Sicilia il 21 maggio, ma mi era sfuggito. Grazie ad Astroscopio per la segnalazione.

24/06/07

Un enorme spreco di spazio

Ho finito di leggere "Interviste extraterrestri". Tutto sommato mi è piaciuto, nonostante i suoi limiti. Il principale è che dopo un po' si rischia la monotonia. Le domande, infatti, sono sempre le stesse ("Crede che esistano altri mondi abitati?", "Come potrebbe essere una civiltà vecchia di milioni di anni?", "Pensa che costruiremo mai una macchina super-intelligente?", e così via). Questo è normale, ma il problema è che anche le risposte si assomigliano tutte (con interessanti eccezioni, però). In particolare, c'è una certa dose di conformismo nella risposta alla domanda principale, sull'esistenza di altre forme di vita nell'universo (probabilmente causata dall'imbarazzo nel non avere nessun tipo di evidenza scientifica su cui appoggiarsi). La risposta è quella classica, del tipo: "Assolutamente sì. Se si pensa alla vastità del cosmo e all'enorme numero di stelle simili al Sole, c'è una probabilità molto alta che esistano pianeti con caratteristiche adatte alla vita ed è quindi possibile che la vita si sia sviluppata su molti di questi pianeti".

Il problema con questo tipo di argomentazione è che non sembra fare completamente i conti con il modello evolutivo dell'universo. All'epoca, nel 1966, il modello del big bang cominciava appena a essere accettato (la scoperta della radiazione di fondo era di un paio di anni prima) e in molti scienziati, evidentemente, persisteva un certo pregiudizio (magari inconsapevole) in favore di un universo eterno e stazionario. In un universo del genere, sarebbe in effetti ben strano che la vita non sia emersa un numero enorme di volte in tempi e posti diversi. Ma in un universo in espansione, la dimensione dell'universo e il suo stato fisico dipendono in modo cruciale dal tempo: l'universo non è sempre uguale a se stesso, ma evolve gradualmente passando dal semplice al complesso. L'universo diventa sempre più grande col passare del tempo, e le stelle e le galassie appaiono solo in una fase piuttosto tarda della sua evoluzione.

È stato il cosmologo John Barrow a notare che, una volta che leghiamo lo stato fisico dell'universo alla variabile tempo, non dobbiamo sorprenderci di vivere in un universo enorme e pieno di stelle: ciò è dovuto al fatto che la vita può svilupparsi solo in un universo che sia sufficientemente vecchio da ospitare stelle in sequenza principale, pianeti con crosta solida, acqua allo stato liquido, e molecole complesse. Oltretutto, l'origine stessa della vita è un fenomeno che richiede una serie di passi molto delicati e (presumibilmente) a bassa probabilità, e successivamente un lungo periodo di evoluzione in un ambiente adatto. Insomma, sembra sensato assumere che la vita arrivi tardi, forse dopo molti tentativi andati male, in universo già vecchio di diversi miliardi di anni (nel nostro caso, che è l'unico che conosciamo, è andata proprio così). A quel punto, l'universo è per forza di cose enorme e pieno di stelle. Ma questo non aumenta necessariamente le probabilità che la vita abbia avuto origine in più posti. In realtà, potrebbe esserci bisogno di un universo così grande e così pieno di stelle perché la vita abbia origine anche su un solo pianeta, il nostro. Potremmo essere i primi ad affacciarci sullo scenario cosmico, e a scoprire che c'è voluto quello che Carl Sagan in Contact definiva un enorme spreco di spazio, perché la vita avesse almeno una chance di farcela.

13/06/07

Kubrick vs. Sagan

Ho iniziato a leggere "Interviste extraterrestri", libro dal titolo estremamente fuorviante che in realtà raccoglie le risposte di molti illustri scienziati e pensatori alle domande poste da Stanley Kubrick durante la lavorazione di "2001: Odissea nello spazio". (Prima o poi vorrei parlare anche del perché "2001" è il mio film preferito: ma ci vorrebbe un saggio, temo...)

Le interviste furono filmate in 35 mm, e dovevano servire da introduzione al film. Ma Kubrick in seguito decise che il risultato sarebbe stato eccessivamente pesante, e non usò il materiale girato (che peraltro sembra essere andato perduto: quello che resta sono le trascrizioni, oggi raccolte in volume per la prima volta).

Il libro promette tantissimo: un genio dalla curiosità onnivora come Kubrick che pone domande sull'intelligenza artificiale, sui viaggi nello spazio, sull'origine della vita, e così via, a gente come Asimov, Dyson, Oparin, Drake, e molti altri. L'unico problema potrebbe essere che le interviste furono fatte nell'ormai lontano 1966. Ma per me questo è un valore aggiunto, che restituisce una fotografia di un'epoca ancora pervasa da un forte ottimismo scientifico.

Sul libro vorrei tornarci ancora in seguito, per dire se ha mantenuto le promesse. Intanto, però, già dalle prime pagine emerge una cosa interessante, che riguarda uno che nel libro non c'è: Carl Sagan. L'assenza suona strana, perché Sagan all'epoca era già un'autorità, avendo scritto uno dei primi libri sulla ricerca di vita nell'universo (tutt'oggi un testo di riferimento, per quanto datato). Inoltre, nella ricca aneddotica su "2001" circola da tempo una storia secondo cui fu proprio Sagan a consigliare a Kubrick di non mostrare mai direttamente i misteriosi creatori del monolito nero. Ma se Sagan e Kubrick si sono davvero parlati, come mai non c'è mai stata un'intervista a Sagan? L'introduzione del libro (scritta da Anthony Frewin, assistente di Kubrick per venticinque anni, nonché curatore del volume) svela l'arcano: Sagan fu in effetti contattato, ma fece richieste economiche esose (tutti gli altri o rifiutarono perché non interessati, oppure contribuirono senza compensi) e la cosa finì lì. Quanto alla storia della presunta influenza artistica di Sagan su Kubrick, Frewin la smonta completamente: l'idea di non mostrare mai gli alieni fu solo del regista, dopo lunghe riflessioni e vari tentativi falliti partendo dai dipinti di Max Ernst e dalle sculture di Alberto Giacometti.

Insomma, viene fuori un incontro/scontro di personalità, e speriamo che nessuno mi sottoponga al gioco di scegliere, pistola alla tempia, fra Kubrick e Sagan...

10/06/07

Altre segnalazioni

Due commenti al post precedente (grazie a _ ch e Carletto Darwin) sono stati più rapidi di me nel segnalare un paio di nuovi avvistamenti riguardanti "La musica del Big Bang". Uno è questo box all'interno di un articolo su D di Repubblica uscito ieri.

L'altro è un'intervista video registrata a Torino durante la Fiera del Libro. Si trova su You Tube, ma fa parte del materiale per un nuovo sito che sta nascendo proprio in questi giorni e che si occupa di comunicazione scientifica: si chiama Moebius, e dietro c'è lo stesso gruppo di persone che faceva "Il Volo delle Oche", la trasmissione scientifica di Radio 24. Moebius sarà un progetto completamente nuovo, un po' sul web, un po' su Radio 24 ma da settembre. Da segnalare il layout con scrolling orizzontale, abbastanza insolito sul web (ma con qualche precedente).

08/06/07

Estratti da "La musica del Big Bang"

Adesso, seguendo questo link, si possono leggere online alcuni estratti del libro. Per ogni capitolo (cliccando sui titoli) c'è un piccolo estratto in formato testo. La prefazione di Margherita Hack e l'introduzione sono disponibili integralmente in formato pdf.

01/06/07

Che libro stai leggendo?

Per la categoria "cose che prima vivevi bene anche senza, ma poi non ne puoi più fare a meno", ho scoperto aNobii da pochi giorni (via Wittgenstein) e ci sono già dentro fino al collo. In pratica, è un sito che permette di organizzare la propria biblioteca, catalogando i libri che si sono letti, che si stanno leggendo, o che si vorrebbero leggere, dandogli voti, aggiungendo commenti, etichettandoli per categoria. Il tutto in modo che il proprio "scaffale virtuale" sia visibile da chiunque (tutto o solo in parte), cosa che permette, volendo, di creare comunità di utenti con gli stessi interessi. E, alla fine, si possono esportare facilmente badge per il proprio blog, come quello che adesso vedete nella colonna di destra. Qualcuno dirà "e allora?", ma vi assicuro che in bibliofili incalliti può creare dipendenza.

(D'accordo, poi c'è anche che posso vedere se per caso qualche utente sta leggendo il mio libro...)

21/05/07

Radiofest

Quelli di Radiofest (la radio online che ha seguito tutto lo svolgimento del FEST) hanno registrato un'intervista col titolare di questo blog, in occasione della presentazione di un certo libro.

16/05/07

FEST!

Domani si riparte. Vado a Trieste per il FEST, dove venerdì mattina (11.45, Salone degli Incanti) faccio una chiacchierata sul libro. Stavolta mi danno anche uno schermo, così potrò stupire con mirabolanti effetti speciali...

14/05/07

Bootleg: "Live in Torino"

Qui ci sarebbe il file audio della presentazione alla Fiera del Libro (dura circa un'ora, il file è da una decina di mega). La qualità è quella che è, ma le parole si distinguono, accontentavi...