A ingrossare la lista di sciagure profetizzate dagli amanti del catastrofismo, periodicamente si riaffaccia il rischio che qualche asteroide sia in rotta di collisione imminente con il nostro pianeta. Va detto che, al contrario di tanti altri allarmi ingiustificati, questo una base scientifica ce l'ha. Nel sistema solare ci sono migliaia di piccoli ammassi rocciosi (i cosiddetti "corpi minori", rimasti in giro dopo la formazione dei pianeti) di cui è difficile rivelare la presenza e calcolare le traiettorie. Ci sono prove documentate che oggetti di questo tipo abbiano colpito la Terra più volte in passato (un esempio ben noto è l'impatto che sessantacinque milioni di anni fa con ogni probabilità contribuì all'estinzione di massa del Cretaceo-Terziario e alla scomparsa dei dinosauri). Quindi, è sempre bene tenere occhi e telescopi puntati in alto per controllare la situazione. Fino a oggi, comunque, l'unico asteroide noto che abbia dato qualche piccolo motivo di preoccupazione è Apophis, un sasso di circa 300 metri che passerà dalle parti della Terra nel 2029 e poi nel 2036: abbastanza vicino da raccomandare di tenere sotto controllo la situazione, ma non tanto da creare allarmi reali. E infatti il rischio di impatto è classificato al livello 0 della scala di Torino (ovvero: rischio di impatto nullo o talmente piccolo da essere trascurabile).
Detto questo, la notizia che un ragazzino tedesco, partecipando a una competizione scientifica, avrebbe ricalcolato il rischio di impatto di Apophis correggendo al rialzo le stime della NASA, è una bufala bella e buona. (Qui c'è la pagina della NASA con le stime aggiornate. Se guardate in fondo all'articolo c'è una nota che smonta la faccenda.)
20/04/08
Accontentavi di Armageddon
16/03/08
Prospettive
"Viviamo su una placida isola di ignoranza in mezzo ai neri mari dell'infinito"
H.P. Lovecraft
Se siete di quelli a cui il pensiero della vastità dell'Universo fa tremare le ginocchia, allora decisamente questa immagine non fa per voi:

(Si chiama Hubble Ultra Deep Field e l'ha presa il telescopio spaziale Hubble tra il 2003 e il 2004.) Quei punti luminosi non sono stelle isolate. Ognuno di essi è una galassia, un insieme di centinaia di miliardi di stelle. Ce ne sono circa diecimila in questa immagine, fate voi i conti. E questo è solo un minuscolo frammento di cosmo: la foto copre un'area di cielo insignificante, grande come un quadrato di un millimetro di lato visto da un metro di distanza. E non è una zona speciale dell'Universo: se guardassimo in qualsiasi altra direzione abbastanza a lungo vedremmo più o meno la stessa cosa. Sembrerebbe un cosmo molto affollato, allora: ma non è così, perché l'Universo è immenso. Le distanze che ci separano da molte di quelle galassie sono tali che loro luce, partita quando l'Universo aveva poche centinaia di milioni di anni, ha impiegato circa 13 miliardi di anni per raggiungerci. Tutto il contenuto del cosmo è sparpagliato in un volume così enorme che la sua densità è equivalente a quella di un grammo di materia in una sfera grande centinaia di volte la Terra.
Aiuta a mettere le cose in prospettiva, no?
13/01/08
Ultime dall'Universo
È stata la settimana del meeting annuale dell'American Astronomical Society, è come sempre sono state annunciate parecchie novità interessanti. Per esempio, usando il telescopio spaziale Hubble, è stato osservato per la prima volta un doppio anello di Einstein:
Cos'è? È una manifestazione spettacolare dell'effetto di lente gravitazionale di cui abbiamo già parlato un po' anche qui e qui. In questo caso, sono rimaste coinvolte tre galassie, distanti 3, 6 e 11 miliardi di anni luce. La massa della galassia più vicina ha curvato lo spazio nelle sue circostanze, così che la luce proveniente dalle due galassie più lontane è stata distorta (proprio come in una lente). Uno straordinario colpo di fortuna ha voluto che le tre galassie fossero perfettamente allineate lungo la linea di vista: quando ciò accade la distorsione è esattamente simmetrica e si forma l'immagine di un anello intorno alla galassia che fa da lente. Qui l'allineamento si è verificato per ben due volte, cosa evidentemente molto rara.
Poi c'è stata una straordinaria immagine della galassia Centaurus A presa dal telescopio Chandra:
In realtà, quella a sinistra è un'immagine composita fatta mettendo insieme le immagini in varie bande sulla destra. Quella osservata da Chandra è solo la componente nei raggi X, in alto a destra, che mostra la presenza di due enormi jet che partono dal nucleo della galassia. A un'osservazione fatta con un telescopio tradizionale (immagine in basso a destra) Centaurus A sembra solo una galassia qualsiasi. Ma quando la si osserva nella banda radio o in X si notano gli effetti devastanti della presenza di un buco nero supermassiccio nel suo nucleo. La materia viene continuamente inghiottita dal buco nero, spiraleggiando in uno spesso disco che circonda il nucleo (e che è possibile vedere nell'immagine come una banda trasversale che oscura la luce delle stelle) e rilasciando durante la caduta uno spaventosa quantità di energia, evidente nei due jet, lunghi circa 13 mila anni luce.
Chiudo con questo spettacolare dettaglio della Nebulosa Vela nella costellazione del Cigno — non una roba da prima pagina, per la verità, ma la mostro lo stesso perché ci ricorda che l'astronomia, oltre ad aprirci gli occhi sul nostro posto nell'Universo, è anche una fonte inesauribile di bellezza estetica:
Sono i resti di una ben nota esplosione di supernova avvenuta tra 5000 e 10000 anni fa a 1500 anni luce da qui. L'esplosione ha scagliato materiale e gas a distanze enormi, e nel corso di migliaia di anni ha dato vita a queste strutture filamentose.
Il che dovrebbe anche trasmetterci la consapevolezza che, dietro la maestosità di certe immagini astronomiche, c'è un Universo in cui avvengono fenomeni di inimmaginabile violenza.
03/01/08
Colpa della Luna
Una delle cose che rendono difficile capire quanto sia probabile che la vita si sia sviluppata su altri pianeti è che non abbiamo modo di separare gli eventi puramente fortuiti da quelli che seguono regole più generali, né di stabilire con certezza l'importanza di tutti i fattori in gioco.
Prendiamo il caso del sistema Terra-Luna. Quale effetto ha avuto la presenza di un satellite così grande sul mantenimento delle condizioni ambientali necessarie per l'origine e lo sviluppo della vita? La presenza della Luna influenza la distribuzione dell'acqua sulla superficie terrestre, dando origine al fenomeno delle maree. Che importanza può avere avuto questo fatto per la distribuzione dei composti organici dagli oceani alla terraferma? La Luna esercita un influsso gravitazionale anche sulla crosta terrestre. Che ruolo ha avuto questo effetto nel rendere la Terra un pianeta geologicamente attivo, in particolare per quanto riguarda la tettonica delle placche e i moti convettivi del mantello, che sono essenziali per il ciclo dell'anidride carbonica? E quanto è cruciale l'effetto di stabilizzazione dell'asse terrestre esercitato dalla Luna, che ha contribuito a mitigare le variazioni climatiche stagionali su periodi di centinaia di migliaia di anni?
Difficile quantificare l'importanza di questi e di altri fattori. Né è facile capire quanto sia comune per un pianeta roccioso avere un satellite grande come la Luna. Nel nostro sistema solare, questo è un caso unico. La formazione della Luna è probabilmente avvenuta a seguito dell'impatto di un corpo delle dimensioni di un piccolo pianeta con la Terra primordiale. Un evento presumibilmente piuttosto raro, come sembra confermare uno studio recente, che ha cercato tracce di polvere lasciate da collisioni planetarie intorno ad altre stelle della nostra Galassia. Solo il 5% circa delle stelle osservate ha mostrato qualche segno di possibili collisioni, e non è detto che questo abbia necessariamente portato alla formazione di sistemi come quello Terra-Luna. La strada per comprendere le connessioni tra origine della vita e ambiente cosmico è ancora molto lunga.
07/09/07
Sembra interessante
Non ho ancora avuto tempo di provare Sky di Google Earth, la funzione che permette di visualizzare dati astronomici reali (per esempio i cataloghi dello Sloan Digital Sky Survey) in modo interattivo. Oggi su arXiv c'è un'introduzione scritta da alcuni degli astronomi che hanno collaborato alla sua creazione.
18/07/07
Zoologia celeste
C'è questo progetto che si chiama GalaxyZoo che serve a classificare una milionata di galassie. Sembra strano, ma l'occhio umano è molto più abile di un computer a distinguere una galassia a spirale da una ellittica, e allora si è pensato di cercare aiuto sul web per fare un po' d'ordine nei cataloghi. Ci si registra, si butta un occhio a un'immagine pescata nel database, e si stabilisce che tipo di galassia è, basandosi su semplici criteri di facile apprendimento. E ci si sente tanto utili all'avanzamento dell'astronomia. È l'idea dietro altri progetti a partecipazione diffusa, tipo SETI@home: lì però vi si chiedeva tempo macchina sul vostro computer mentre era in standby. Qui vi si richiede tempo e basta. (Se ne parla anche da Anisotropie.)
02/07/07
Brian l'astronomo
Pare proprio che Brian May (sì, proprio lui, il chitarrista di quello che resta dei Queen), di cui era da tempo nota la passione per l'astronomia, faccia sul serio. Prima ha scritto un libro sul Big Bang con Patrick Moore, celebre divulgatore inglese (un'istituzione, una specie di Piero Angela d'oltremanica). Poi ha cominciato a tenere un blog sull'universo per il New York Times. Adesso, dopo aver deciso di riprendere gli studi interrotti a suo tempo per diventare una rockstar, sta per ottenere il PhD (uno vero, non una di quelle lauree ad honorem date a improbabili personaggi da qualche facoltà italiana per puri scopi promozionali).
E insomma, succede pure che il mio collega di vecchia data Andrew Jaffe, che lavora a Imperial College nel gruppo in cui Brian May sta facendo la tesi, sia finito a prenderci una birra.
27/06/07
"Fascinating"
Non si discute, i filmati promozionali della NASA sono inarrivabili. Questo, poi, ha come narratore Leonard Nimoy (per i più giovani, o per chi torna da un viaggio di quarant'anni in un sottomarino: il signor Spock di Star Trek, di lato mentre introduce una puntata dei Simpsons). A questo punto, 1) cosa sia esattamente la missione Dawn, che sta per essere lanciata, tutto sommato diventa secondario, comunque potete leggerne qui 2) per Planck, come minimo dovremo reclutare il capitano Kirk in persona.
07/06/07
Collisioni
Prendo spunto da un commento al post precedente, che si potrebbe sinteticamente riassumere con la domanda: "E' vero che tra circa 3 miliardi di anni la nostra Galassia e la galassia di Andromeda entreranno in collisione?".
Un po' di informazioni preliminari. La galassia di Andromeda (o meglio M31 in Andromeda) si trova a circa 2,5 milioni di anni luce dalla nostra Galassia (la Via Lattea). Insieme alla Via Lattea, fa parte di un gruppo di galassie chiamato Gruppo Locale. M31 (che vedete nell'immagine sopra) e la Via Lattea sono i membri più grandi del Gruppo Locale. Ora, quello che si sa molto bene è che la Via Lattea e M31 si stanno venendo incontro a una velocità di circa 120 km/s. Il problema, però, è che in astronomia misurare le velocità di avvicinamento o allontanamento di un oggetto rispetto al nostro punto di osservazione (la velocità radiale, ovvero lungo la linea di vista) è piuttosto facile: basta misurare lo spostamento Doppler delle sue righe spettrali (per inciso, M31 è una delle poche galassie per cui si osserva uno spostamento verso il blu invece che quello verso il rosso causato dall'espansione dell'universo). Quello che di solito è molto più complicato è misurare la velocità tangenziale, stabilire cioè se un oggetto si sta spostando di lato oltre che lungo la nostra direzione. Per ricostruire la traiettoria di M31 rispetto alla Via Lattea, allora, bisogna avere un modello dell'intero Gruppo Locale da cui calcolare la componente trasversale del moto di M31. Il consenso generale, basato sugli studi più accurati esistenti, è che la collisione ci sarà, fra due-tre miliardi di anni. Ci sono inoltre buone prospettive di misurare direttamente, nel prossimo futuro, la componente trasversale del moto di M31.
Per approfondire, in questa pagina c'è lo studio più recente sulla dinamica del Gruppo Locale e l'interazione tra la Via Lattea e M31, con un articolo tecnico (per chi è interessato) e animazioni della collisione basate su simulazioni idrodinamiche.
28/05/07
Abitabile, anzi no
Tanto per dare un'idea di quanto sia complicata la questione, ecco un lavoro apparso oggi che rifà la stima della zona abitabile intorno a Gliese 581, provando a tenere conto di fattori come il ciclo dell'anidride carbonica (responsabile dell'effetto serra), il rapporto tra acqua e terre emerse, e la presenza o meno di attività fotosintetica. Viene fuori che Gliese 581c sarebbe fuori della zona abitabile, ma potrebbero esserci speranze per Gliese 581d, un'altra super-Terra intorno alla stessa stella.
23/05/07
Il signore degli anelli
Come avrete immaginato, ultimamente sono stato un po' distratto da altre cose, per cui non ho avuto modo di commentare la notizia della scoperta, fatta usando il telescopio spaziale Hubble, di un anello di materia oscura intorno all'ammasso di galassie Cl 0024+17. (Un ammasso di galassie è un insieme di centinaia o migliaia di galassie tenuto insieme dalla forza di gravità). Per chi non avesse visto l'immagine circolata sui media, eccola qui:
La materia oscura è rappresentata dalla nebulosità bluastra: una concentrazione interna e un anello più esterno. Ogni puntino, invece, è una galassia. L'ammasso è distante ben 5 miliardi di anni luce, e l'anello ha un diametro di 2,6 milioni di anni luce! L'immagine è suggestiva, non c'è dubbio. Ma va da sé che non stiamo davvero "vedendo" la materia oscura (altrimenti che materia "oscura" sarebbe?). In effetti, quando osserviamo l'ammasso di galassie, quello che vediamo davvero è soltanto questo:
Come fanno allora gli astronomi a rivelare la presenza di materia oscura nell'ammasso? La materia oscura non emette o riflette luce, ma fa sentire la sua attrazione gravitazionale sul resto della materia (in effetti, è proprio la sua presenza a tenere le galassie legate in un ammasso, invece che farle disperdere in tutte le direzioni). La forza esercitata dall'enorme concentrazione di materia oscura è tale da curvare il cammino della luce emessa dalle galassie che si trovano sullo sfondo dell'immagine: è abbastanza evidente nella foto di sopra che parecchie di queste galassie, disposte tutto intorno all'addensamento centrale, hanno una forma allungata, ad arco. Attraverso l'analisi di questo effetto di "lente gravitazionale" (previsto da Einstein quasi un secolo fa) gli astronomi riescono a ricostruire la distribuzione complessiva di materia, anche invisibile, che si trova nell'ammasso.
Ma come ha avuto origine la struttura ad anello? In generale, in un ammasso di galassie la materia oscura dovrebbe distribuirsi più o meno in modo sferico, ma sembrerebbe che stavolta siamo stati così fortunati da osservare la fase successiva a un gigantesco scontro tra due ammassi, da una visuale tale da poter osservare l'onda di densità originatasi dal punto di collisione (un po' come l'onda circolare che si forma quando cade un sasso nell'acqua). Qui c'è un filmato che mostra una simulazione di come devono essere andate le cose (questo è a risoluzione maggiore). Quella che segue è una sequenza tratta dal filmato (a sinistra la collisione vista da un angolazione perpendicolare alla direzione di collisione, a destra la stessa cosa vista lungo la direzione di collisione, che accidentalmente coincide con la nostra linea di vista dalla Terra):
L'aspetto molto interessante di questa scoperta è che abbiamo un caso di studio in cui la materia oscura ha una distribuzione insolita, che appare diversa dal resto della materia visibile. Questa circostanza potrebbe servire a gettare luce sulle proprietà della materia oscura, permettendo di fare passi avanti importanti nella comprensione della sua natura.
26/04/07
Gliese 581 C

Il post obbligatorio di oggi è per il pianeta scoperto intorno alla stella Gliese 581, a "soli" 20,5 anni luce da qui. Niente di nuovo in sé (sono ormai centinaia i sistemi planetari scoperti intorno ad altre stelle) ma c'è di interessante che questo pianeta è il più simile alla Terra scoperto finora, dove "più simile" vuol dire che 1) ha un raggio simile a quello terrestre, solo 1,5 volte più grande 2) una massa 5 volte più grande della Terra (dal che si deduce che la gravità in superficie sarebbe un po' più del doppio che sulla Terra). Normalmente, i pianeti scoperti hanno masse e dimensioni molto più grandi (sono più facili da rivelare) e sono quindi più simili a Giove, cioè probabilmente composti per lo più di gas. Questo qui, invece, è presumibilmente un pianeta roccioso. Mettiamo l'enfasi su presumibilimente, perché non è stato osservato direttamente (la figura di sopra è una ricostruzione artistica!): ma i modelli di formazione dicono che pianeti così piccoli dovrebbero essere rocciosi.
Ma la cosa più importante è che questo pianeta si trova a una distanza tale da avere una temperatura che permette l'esistenza di acqua liquida in superficie, cioè cade nella cosiddetta zona abitabile. Non che debba esserci necessariamente, e non è neanche detto che il pianeta abbia un'atmosfera né di che tipo: però è almeno possibile. In realtà, quello che rende abitabile un pianeta è una combinazione di fattori molto complessi da prevedere in partenza. Pensiamo a Marte e a Venere: simili alla Terra e, in linea di principio, all'interno della zona abitabile, ma entrambi evoluti in maniera tale da renderli completamente ostili alla vita (Venere ha avuto un effetto serra disastroso, che ne ha alzato la temperatura a livelli insopportabili; Marte invece ha perso quasi tutta l'atmosfera dopo la cessazione dell'attività vulcanica, non ha un effetto serra che ne mitighi la temperatura, e ha raggiunto pressioni superficiali incompatibili con la presenza di acqua liquida stabile).
Quindi, per il momento l'unica cosa che si può dire, prima di farsi prendere da eccessivi entusiasmi sulla possibile presenza di vita, è che questo pianeta è semplicemente il candidato più interessante per investigazioni più approfondite.
(E comunque, come suggerisce oggi Scott Adams: dategli un nome migliore!)
20/04/07
I pericoli dell'energia oscura
No, tranquilli, non c'è nessun rischio per la salute. Il titolo del post è vagamente pulp ma l'argomento è serio. Chi consulta ogni giorno arXiv (cioè praticamente tutta la comunità scientifica attiva) avrà certamente fatto un salto sulla sedia notando l'articolo di Simon White nella sezione astro-ph: Fundamentalist physics: why Dark Energy is bad for Astronomy. Simon è, fra le altre cose, il direttore del Max Planck Institut für Astrophysik, il che rende le sue opinioni piuttosto influenti. Comprensibilimente, quindi, il suo articolo è adesso al centro di discussioni tra gli astrofisici e i cosmologi (per esempio qui e qui).
Non proverò a sintetizzare tutto l'articolo, che andrebbe letto integralmente, ma il punto di Simon sembra essenzialmente quello di provare a salvaguardare un certo modo di fare scienza che tradizionalmente caratterizza la ricerca astrofisica: lo studio di problemi estremamente vari e con una forte interdisciplinarietà, che possono essere affrontati anche da piccoli gruppi di ricercatori con mezzi relativamente poco dispendiosi. Un unico telescopio, ad esempio, può essere usato per una grande varietà di osservazioni che coprono molti progetti e interessi diversi (l'esempio emblematico e di maggior successo degli ultimi anni è il telescopio spaziale Hubble). Simon confronta e pone in contrasto questo modo di operare con quello della fisica delle alte energie, che cerca di arrivare a una comprensione profonda delle questioni più fondamentali della fisica concentrandosi su problemi estremamente limitati (per esempio la ricerca del bosone di Higgs) attraverso esperimenti mastodontici, che richiedono gruppi enormi gestiti in modo aziendale, lunghi periodi di preparazione, e altrettanto lunghi periodi di trattamento dei dati. Ironicamente, Simon chiama questo secondo tipo di fare scienza "fondamentalista". Secondo lui, questo modo di operare sta contagiando anche la cosmologia, da quando ci si è resi conto che essa poteva servire per comprendere fenomeni ormai impossibili da riprodurre in laboratorio, data l'impossibilità di raggiungere le enormi energie richieste. L'esempio più preoccupante di questo mutamento di atteggiamento sarebbe l'attuale enfasi data allo studio dell'energia oscura attraverso osservazioni astrofisiche.
Personalmente, partecipo proprio a quel tipo di attività di ricerca "ibrida" tra l'astrofisica e la fisica fondamentale che costituisce il bersaglio dell'articolo di White. Nonostante questo, devo dire che il suo articolo è interessantissimo, e che è difficile negare la correttezza dell'analisi (particolarmente rivelatore è il grafico dell'andamento degli articoli astrofisici e delle citazioni a partire dal 1975, che mostra per esempio l'espandersi del numero di collaboratori dei singoli progetti). Ma il punto debole, secondo me, è proprio questo: l'analisi di fondo è corretta, ma fotografa uno stato di fatto. Le cose stanno andando in questo modo ormai da decenni, e voler mettere indietro le lancette sarebbe una battaglia di retroguardia. In realtà, grazie all'enorme interesse intorno al problema dell'energia oscura (e, non dimentichiamolo, anche a quello della materia oscura), l'astrofisica e la cosmologia hanno una grandissima occasione per uscire dal proprio recinto e parlare a una comunità più vasta di fisici. La cosa non deve andare necessariamente a discapito di altri progetti astrofisici più tradizionali, e anzi in realtà questo stato di cose andrebbe usato per attirare interesse (e fondi, perché è anche di questo che si parla, neanche tanto tra le righe) verso l'astrofisica nel suo insieme. Anzi, proprio il fatto che l'astrofisica è interdisciplinare per natura dovrebbe essere un argomento a favore di un suo rafforzamento complessivo. Il passato ci ha insegnato che scoperte inaspettate possono venire fuori mentre si cerca tutt'altro: studiando la rotazione delle galassie si scopre la materia oscura, misurando la distanza delle supernovae si scopre l'energia oscura, calibrando un piccolo radiotelescopio ci si imbatte nella radiazione cosmica di fondo residuo del big bang, e così via. Finché si fa ricerca di qualità, dovrebbe esserci spazio per tutti.
28/02/07
Pale blue dot video
Bad Astronomy Blog segnala questo video, realizzato a partire dalle parole di Carl Sagan che hanno ispirato il sottotitolo di questo blog.
14/02/07
Eye in the sky
Ok, mi arrendo. Visto che ormai tutti i blog del mondo lo hanno già fatto, e in questi giorni non riesco a trovare il tempo per scrivere qualcosa di elaborato, la posto anch'io:
Quest'occhio che ci guarda dal cielo è la Nebulosa Elica (Helix Nebula). L'immagine, nell'infrarosso, è stata ottenuta dal telescopio spaziale Spitzer. Si tratta di una nebulosa planetaria relativamente vicina (circa 700 anni luce da noi). Si è formata quando una stella simile al Sole è morta, diventando prima una gigante rossa che si è espansa fino a inghiottire i pianeti più interni, poi una nana bianca: un oggetto denso e compatto che si trova al centro dell'immagine, all'interno del bagliore rosso. La polvere verde nella parte esterna è probabilmente composta dai detriti prodotti alla morte della stella, quando i pianeti più esterni, gli asteroidi e le comete, che inizialmente ruotavano placidamente in orbite stabili, hanno cominciato a muoversi impazziti collidendo tra loro e frantumandosi a vicenda. Un destino simile attende anche il nostro Sole, tra qualche miliardo di anni.
08/02/07
La discesa di Huygens su Titano
Oggi, Marcello Fulchignoni ha tenuto un seminario sull'esplorazione di Saturno con la sonda Cassini-Huygens, e ha mostrato, tra le altre cose, questa spettacolare animazione (ottenuta da immagini reali) della discesa di Huygens su Titano:
Sul sito della Nasa c'è una versione a risoluzione maggiore (il file è di oltre 90 Mb).
06/02/07
Primo Levi e il linguaggio della scienza
Una delle mie fissazioni è che c'è, nel mondo, uno strato di bellezza che solo la scienza riesce a portare pienamente alla luce: e che se non si riesce a trasmettere un po' di questa bellezza a tutti, la conoscenza scientifica in sé ne esce un po' diminuita.
Per questo è bello quando un grande scrittore sa scrivere di scienza. Sono pochi, soprattutto in Italia, imbevuta di cultura umanistica, quelli che hanno il coraggio e la formazione adeguata per avventurarsi in territori che sembrano troppo remoti dall'esperienza quotidiana per poterne fare buona letteratura. Ma quando qualcuno è all'altezza del compito, succedono miracoli. Uno in grado di tirare fuori grandi storie dai fatti scientifici era Italo Calvino. Un altro era Primo Levi, ed è strano dover scoprire qualcosa che ha scritto leggendolo tradotto in inglese. Il New Yorker pubblica un suo racconto in occasione dell'uscita di un volume che raccoglie racconti mai tradotti prima in inglese. Il racconto era contenuto originariamente nella raccolta "Lilìt e altri racconti" (non sono riuscito a capire se è ancora in stampa). L'inizio è folgorante (devo copiarlo in inglese, purtroppo, non avendo la versione originale):
Once upon a time, somewhere in the universe very far from here, lived a peaceful star, which moved peacefully in the immensity of the sky, surrounded by a crowd of peaceful planets about which we have not a thing to report. This star was very big and very hot, and its weight was enormous: and here a reporter’s difficulties begin. We have written “very far,” “big,” “hot,” “enormous”: Australia is very far, an elephant is big and a house is bigger, this morning I had a hot bath, Everest is enormous. It’s clear that something in our lexicon isn’t working.Qualche giorno fa parlavo della difficoltà di visualizzare dimensioni lontane dall'esperienza ordinaria. Ancora più difficile darne un'idea attraverso il linguaggio, perché
It’s a language that was born with us, suitable for describing objects more or less as large and as long-lasting as we are; it has our dimensions, it’s human. It doesn’t go beyond what our senses tell us.E ancora:
Not even with superlatives does one get very far: how many times as high as a high tower is a very high tower? Nor can we hope for help from disguised superlatives, like “immense,” “colossal,” “extraordinary”: to relate the things that we want to relate here, these adjectives are hopelessly unsuitable, because the star we started from was ten times as big as our sun, and the sun is “many” times as big and heavy as our Earth, whose size so overwhelms our own dimensions that we can represent it only with a violent effort of the imagination. There is, of course, the slim and elegant language of numbers, the alphabet of the powers of ten, but then this would not be a story in the sense in which it wants to be a story; that is, a fable that awakens echoes, and in which each of us can perceive distant reflections of himself and of the human race.E allora, come fare? Ci vuole uno grande scrittore, come Primo Levi appunto, per colmare il baratro tra il linguaggio di tutti i giorni e quello della scienza, e per dare alla nostra fantasia la possibilità di catturare qualche frammento del mondo reale.
02/02/07
Punti di vista
Molte persone non hanno un'idea chiara delle dimensioni in gioco quando si parla di astronomia. Visualizzare diverse scale di grandezza è in realtà difficile per tutti, anche per che chi, come i cosmologi, ha a che fare tutti i giorni con distanze tipo 100 Megaparsec (100 milioni di parsec, ovvero circa 300 milioni di anni luce). Per chi non si occupa di queste cose per professione deve essere ancora più complicato. Allora, pensavo che sarebbe utile cominciare una serie di post sull'abc delle grandezze astronomiche.
Partiamo dal cortile di casa nostra: il Sistema Solare, e le dimensioni dei vari pianeti. Sembra roba familiare, no? Eppure vedrete che è incredibile quanto cambino le prospettive. (Le immagini che mostrerò girano su internet da un po' di tempo, e non so da dove siano partite in origine).
Allora: cominciamo con i pianeti rocciosi: la Terra (il nostro puntino blu chiaro), Venere, Marte, Mercurio (e Plutone, che come saprete è stato declassato e non è più considerato un pianeta). Mettiamoli uno vicino all'altro: le distanze fra i pianeti non sono in scala, ma la dimensione dei pianeti sì. Ecco:
Ok, adesso è il momento di allargare un po' il punto di vista. Includiamo nell'immagine gli altri pianeti del sistema solare. Ne mancano quattro: Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Sono tutti pianeti gassosi, e ora capirete perché non c'erano nell'immagine di sopra: non c'era abbastanza spazio. Facciamoli entrare:
Adesso ci siamo tutti, e cominciamo a renderci conto che viviamo su un sassolino. Però, se cominciate a sentirvi un po' stretti, tenete a mente che manca ancora il pezzo grosso. Vi presento frate Sole:
Dov'è finita la Terra? È un puntino, appunto: uno di quelli in basso a destra. Beh, questo per il nostro Sistema Solare. In realtà dobbiamo tenere presente che il Sole stesso è un po' una mezza tacca quando si esce dal nostro cortile. Ma di questo parleremo un'altra volta.
Nel frattempo, qui c'è un link dove potete confrontare interattivamente le dimensioni della Terra con quelle degli altri pianeti del Sistema Solare (oppure di due qualsiasi pianeti fra loro).
01/02/07
ELT e l'accelerazione dell'universo
Ieri qui c'è stato un bel seminario di Roberto Gilmozzi (dell'ESO) sul progetto europeo di Extremely Large Telescope (ELT). Questi telescopi di nuova generazione sono impressionanti. Ottica adattiva, diametro tra i 30 e i 60 metri (!), fanno sembrare il Very Large Telescope un giocattolo in confronto. Ci si può fare, ovviamente, un bel po' di scienza interessante, per esempio ricerca di pianeti extrasolari di tipo terrestre e, soprattutto, studi sull'energia oscura (la misteriosa componente che fa accelerare l'espansione dell'universo).
A questo proposito, la cosa che ho trovato più interessante è la prospettiva di misurare la variazione della velocità di espansione dell'universo. Come è noto, quando osserviamo un oggetto molto distante (una galassia, un quasar), la luce dell'oggetto ci appare spostata verso il rosso, cioè verso lunghezze d'onda maggiori (perché l'espansione dell'universo "stira" la lunghezza d'onda nel tempo che la luce impiega a raggiungerci). Ma la velocità di espansione dell'universo non resta costante nel tempo: l'espansione può decelerare o accelerare (oggi sappiamo che sta accelerando, appunto). Ora: sembra una cosa impossibile, ma osservando un oggetto per un periodo abbastanza lungo, possiamo effettivamente accorgerci del cambiamento della velocità di espansione, misurando come varia lo spostamento verso il rosso. Tipicamente, ci si aspetta una variazione di velocità apparente dell'oggetto tra i 2 e i 20 cm/s su un periodo di osservazione di circa 10 anni. È una misura di enorme difficoltà, ovviamente, ma sarebbe alla portata di ELT: questo permetterebbe per la prima volta di osservare l'accelerazione direttamente, mentre avviene, il che dovrebbe permettere di capire qualcosa in più su cosa la stia causando.
17/01/07
Il puntino, tra gli anelli
Anche Cassini, che ha ormai quasi due anni di attività su Saturno, ha la sua brava competizione per la foto più bella. Noi, che siamo il blog del puntino blu chiaro, non possiamo che votare per questa foto:
che mostra la Terra (e la Luna) vista attraverso gli anelli di Saturno (il box in alto a sinistra è un ingrandimento del puntino che si vede a malapena nella parte destra della foto grande, verso l'alto). Per quanto, dal punto di vista della bellezza estetica, anche questa immagine di Saturno in controluce è davvero spettacolare:

