29 marzo 2012

Uno strano silenzio

Ho scritto questa recensione per il libro di Paul Davies, Uno strano silenzio. È apparsa su Il Manifesto del 23/3/2012. 

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Un giorno di aprile del 1960, Frank Drake, un astronomo trentenne che lavorava al National Radio Astronomy Observatory a Green Bank, nella Virginia Occidentale, decise di puntare il suo radiotelescopio in direzione di Tau Ceti, una stella simile al Sole, distante circa 11 anni luce. Drake non stava facendo un’osservazione astrofisica di routine. Voleva invece capire se, confusa tra la varietà di onde elettromagnetiche che la lontana stella riversava nello spazio, ci fosse anche la traccia di segnali emessi da una civiltà tecnologicamente avanzata. Insomma, Drake si era messo in testa di intercettare eventuali comunicazioni radio extraterrestri.

L’idea gliel’aveva data un articolo uscito un anno prima sulla rivista Nature. Lo avevano scritto due scienziati di solida reputazione, Philip Morrison e Giuseppe Cocconi, suggerendo che gli strumenti a disposizione degli astrofisici dell’epoca avrebbero permesso, per la prima volta, di investigare in modo rigoroso una delle questioni più complesse e affascinanti che l’umanità si sia mai posta, ovvero: siamo soli nell’universo? Oltre a Tau Ceti, Drake tenne sotto controllo anche un’altra stella simile, Epsilon Eridani. L’osservazione delle due stelle andò avanti per qualche mese, e alla fine Drake concluse che da quei due sistemi non arrivavano segni di vita intelligente.

La breve campagna di osservazioni di Drake si concluse dunque con un insuccesso, ma segnò l’inizio del progetto di ricerca scientifica di intelligenze extraterrestri che divenne noto come SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence). Nonostante i finanziamenti altalenanti e l’assenza di risultati positivi, il progetto SETI è andato avanti con una certa continuità per i decenni successivi a quelle prime osservazioni, e prosegue tuttora grazie a donazioni private. Ed è proprio la finora completa assenza di segnali intelligenti nei radiotelescopi del SETI a dare il titolo al libro di Paul Davies Uno strano silenzio, appena pubblicato in Italia da Codice Edizioni. Davies — fisico teorico, cosmologo, astrobiologo, ma soprattutto divulgatore di fama mondiale — fa il punto sulla situazione della ricerca di vita intelligente fuori dalla Terra, e si interroga sulle prospettive per il futuro, in quello che si potrebbe definire un saggio “fantascientifico”: partendo dal quadro delle attuali conoscenze in biologia, astrofisica, informatica, fisica, Davies finisce per passare in rassegna ipotesi e congetture estremamente stimolanti, inoltrandosi con maestria in territori ancora largamente inesplorati dalla scienza moderna.

Si parte dalla domanda fondamentale per chiunque voglia avventurarsi nell’universo, sulle orme di Star Trek, “alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà”, ovvero: cosa sappiamo dell’origine della vita? Possiamo affermare che il passaggio che ha portato, sulla Terra, dalla materia inanimata agli organismi viventi, sia parte di un processo in ultima analisi inevitabile, codificato in qualche modo ancora non compreso nelle leggi fondamentali della natura (una sorta di “imperativo cosmico”, secondo la definizione del biologo Christian De Duve)? Oppure si è trattato di un evento fortuito, assurdamente improbabile e quindi avvenuto soltanto una volta in tutto l’universo? Al momento entrambe le possibilità sono aperte, e i pessimisti possono a buon diritto affermare che la ricerca di vita fuori della Terra sia una perdita di tempo. Ma Davies propone una verifica scientifica che potrebbe dirimere la questione senza andare troppo lontano. Infatti, se l’origine della vita fosse un fenomeno quasi ineluttabile, essa potrebbe essere avvenuta più di una volta proprio qui sul nostro pianeta. La Terra potrebbe allora ospitare una “biosfera ombra”: forme di vita microscopiche completamente diverse da quelle che conosciamo, basate magari su meccanismi biochimici indipendenti da quelli in base ai quali operiamo noi stessi. Se si trovassero evidenze in tal senso, la cosa avrebbe implicazioni importanti anche per la ricerca di vita altrove nel cosmo. In effetti, Davies è stato uno degli autori di uno studio, pubblicato su Science qualche tempo fa, che sembrava dimostrare l’esistenza di batteri in grado di metabolizzare l’arsenico: risultato accolto però dalle polemiche e dal forte scetticismo dalla comunità scientifica.

Anche se non abbiamo ancora nessuna prova che la vita abbia avuto origine più di una volta sulla Terra, Davies argomenta in modo convincente che dovremmo mantenere una mentalità aperta quando cerchiamo tracce di organismi viventi in altri pianeti dell’universo. E se la vita potrebbe aver seguito strade diverse da quelle percorse sulla Terra, allora anche l’evoluzione dell’intelligenza, della civiltà e della tecnologia potrebbe aver portato, altrove, a esiti completamente diversi. La cosa, naturalmente, avrebbe conseguenze per il SETI. Chi ci dice, ad esempio, che cercare segnali elettromagnetici sia la cosa più sensata da fare? A circa un secolo dalla scoperta e dallo sfruttamento massiccio delle comunicazioni radio, la nostra specie sta già abbandonando quasi completamente l’etere, per riversare le sue informazioni nelle autostrade informatiche e nelle reti ad alta velocità. Probabilmente, tra qualche decennio, la Terra apparirerà completamente muta per un osservatore che la osservi da un pianeta lontano — a meno che non decidessimo di rendere manifesta la nostra presenza volontariamente, installando potenti radiofari cosmici. Le stesse vie dell’evoluzione biologica potrebbero diventare troppo strette nell’immediato futuro. Davies si dice convinto — e con valide ragioni — che l’esplosione dell’intelligenza artificiale e un’integrazione uomo-macchina sempre più spinta siano scenari altamente probabili per il nostro futuro. E allora, se ci sono altre intelligenze nell’universo, è molto probabile che la loro natura sia di tipo non-biologico: supercomputer intelligenti, cervelli ramificati fino a coprire la superficie di un intero pianeta, capaci di sfruttare risorse di calcolo e di energia che a noi sembrerebbero praticamente infinite. È difficile immaginare come potremmo rapportarci con organismi di questo tipo.

In effetti, le pagine più affascinanti di Uno strano silenzio sono forse quelle in cui Davies, cercando nuove prospettive per il SETI, esplora le possibilità che si aprono quando si abbandona il nostro provincialismo di specie. Il libro diventa allora una dettagliata riflessione sulla tecnologia presente e futura, sulla scienza, sulla civiltà, e in definitiva anche sul nostro avvenire sulla Terra e, chissà, al di fuori.

Alla fine della sua interessante analisi, Davies — che tra l’altro presiede il gruppo di lavoro del SETI che dovrebbe fornire indicazioni per la gestione delle fasi successive a un eventuale contatto con una civiltà aliena — si mostra piuttosto scettico sulla possibilità che esistano altre forme di intelligenza nell’universo. È del tutto possibile che il nostro pianeta sia l’unico dove la materia è riuscita ad auto-organizzarsi fino a diventare cosciente. Questa consapevolezza, se non altro, dovrebbe rendere ancora maggiore la nostra responsabilità nei confronti di questo minuscolo sasso umido su cui ci è capitato di vivere.

19 marzo 2012

Calvin, Hobbes e l'universo

Qualche giorno fa, mi è capitato casualmente di leggere una lista delle sedici cose che Calvin e Hobbes hanno detto meglio di chiunque altro. Be', sarà perché ho scritto un libro che ha parecchio a che fare col buio, ma mi è subito caduto l'occhio su questa:
"Penso che la notte sia buia per poter immaginare le tue paure con meno distrazioni."
Potremmo chiamarla la risposta di Calvin al paradosso di Olbers. (Argomento su cui mi dilungo per un capitolo nel libro di cui sopra.) Magari quando sarà più grande Calvin riscoprirà autonomamente la soluzione trovata da una mente altrettanto visionaria della sua.

D'altra parte, come sa chi conosce le strisce di Watterson, al ragazzino e alla tigre capita spesso di fermarsi a riflettere di fronte al cielo notturno (ehi: uno degli alter ego del marmocchio è l'astronauta Spiff). Ci ho messo pochissimo a trovare qualche esempio (trenta secondi su Google Images):

Calvin: "Guarda tutte quelle stelle! L'universo continua all'infinito!"
Hobbes: "Ti fa chiedere perché l'uomo si crede chissà che."
Calvin: "È per questo che ce ne restiamo a casa coi nostri elettrodomestici."
Oppure:

Calvin: "Se la gente sedesse all'aperto e guardasse le stelle tutte le notti, scometto che vivrebbe in modo molto diverso."
Hobbes: "Che vuoi dire?"
Calvin: "Be', quando scruti l'infinito, ti accorgi che ci sono cose più importanti di quelle che la gente fa tutto il giorno."
O ancora:

Calvin: "Sono importante!"
Calvin: "..."
Calvin: "Urlò il granello di polvere."
Insomma, se la notte non fosse buia non potremmo conoscere nulla del resto dell'universo, e del posto che occupiamo al suo interno. La cosa ci rimette coi piedi per terra, e un po' ci fa paura. Mi autocito:
"Certe volte penso che aver illuminato artificialmente la notte non sia stata per l’umanità solo una forma di protezione da ladri, assassini, animali feroci e altri pericoli concreti, ma anche un esorcismo nei confronti di quell’inesorabile promemoria della nostra finitezza."
Guarda un po', Calvin sembra darmi ragione:

Hobbes: "Che notte limpida! Guarda tutte quelle stelle, sono milioni!"
Calvin: "Sì, siamo solo minuscoli granelli su una particella che sfreccia attraverso l'oscurità infinita."
Calvin: "Rientriamo e accendiamo tutte le luci."

16 marzo 2012

OPERA, ultimo atto

Nei mesi scorsi, scrivendo dei sorprendenti risultati di OPERA (per chi fosse appena tornato da Marte: sembrava che i neutrini potessero superare la velocità della luce) ho sempre sostenuto che l'unico modo per confermarli o smentirli era provare a fare misure indipendenti dello stesso tipo.

Be', alla fine dell'anno scorso, per vederci chiaro, la collaborazione ICARUS (di cui fa parte anche Carlo Rubbia) ha misurato per conto suo il tempo di volo dei neutrini tra il CERN e il Gran Sasso, proprio come OPERA. I risultati sono stati appena annunciati, e questa è la figura che riassume tutto:


Al contrario di OPERA, ICARUS non trova nessuna discrepanza nel tempo di volo: i neutrini viaggiano alla velocità della luce (a essere pignoli, i neutrini viaggiano leggermenti più lenti, perché hanno massa: ma la massa è talmente piccola che con questi errori di misura la differenza di velocità non è apprezzabile).

Direte: ma gli errori di misura dei due esperimenti sono paragonabili, quindi bisognerebbe dare lo stesso peso a entrambi i risultati, e considerare la questione ancora aperta. Mi spiace, gente: no. Per convincersi che si possa superare la velocità ci vogliono evidenze schiaccianti: e se insieme ai risultati di ICARUS mettiamo sul piatto anche i dubbi emersi recentemente sulle fonti di errore di OPERA, mi sa che ormai non c'è più un fisico al mondo disposto a scommettere un centesimo che i risultati di OPERA siano corretti.

Il CERN ha già aggiornato la pagina dei comunicati stampa di OPERA. Questo invece è l'articolo di ICARUS con tutti i dettagli.

Sipario.

15 marzo 2012

Provare l'impossibile

Questa mattina, appena alzato, ho dato una scorsa agli articoli scientifici usciti nelle ultime ventiquattr’ore sul sito ArXiv. Lo faccio ogni giorno, e come ogni giorno ci ho trovato ipotesi e risultati su cose come la materia e l’energia oscure, i buchi neri, le lenti gravitazionali. C’era anche un articolo sui wormholes. Ordinaria amministrazione. Ma quando provo a guardarlo dall’esterno, mi rendo conto che il lavoro di uno scienziato può sembrare quello di esercitarsi a credere ad almeno sei cose impossibili prima di colazione, per citare la Regina Bianca di Alice attraverso lo specchio. Continua a leggere sul Post...

12 marzo 2012

Per chi se la fosse persa

La prima puntata della nuova edizione di Cosmo si può vedere a questo link. Non so cosa ne pensate voi: secondo me spacca di brutto, come direbbe un giovane - ancorché astrofisico.

9 marzo 2012

Cosmo

Domenica prossima, 11 marzo, intorno alle 23.30, va in onda la prima puntata della seconda edizione di Cosmo. Ovvero, non solo una delle poche trasmissioni di divulgazione scientifica della televisione nazionale, ma obiettivamente la migliore. Giudizio, questo, che non è minimamente influenzato dal fatto che il titolare di questo blog è entrato a far parte della valorosa squadra di inviati della stessa trasmissione. (Il che si traduce, in termini pratici, nell'andarmene in giro a vedere le cose di persona invece che stare seduto a schiacciare tasti davanti a uno schermo. Per dire: nella prima puntata, mi vedrete sottoposto a risonanza magnetica per capire cosa fa il cervello - il mio, almeno - quando giochiamo d'azzardo. Per la scienza, questo e altro.)

Seriamente: io non ho visto il prodotto finito, ma è una trasmissione fatta da gente in gamba, e mi aspetto molto.

 

5 marzo 2012

Addio, Saturno


La settimana scorsa si è venuto a sapere della imminente chiusura di Saturno, l'inserto culturale del Fatto Quotidiano: chiusura motivata, si legge, non solo da considerazioni economiche ma anche dal fatto che gli articoli che pubblicava erano considerati troppo difficili dai lettori del giornale (in una versione meno edulcorata, dell'inserto ai lettori "non gliene fregava nulla").

Io con Saturno ho piacevolmente collaborato per un po', poi col tempo la cosa si era fatta meno assidua. La notizia della chiusura mi ha colto di sorpresa e non so, onestamente, cosa sia successo nelle "segrete stanze" dove si prendono le decisioni. So però che l'impressione di un graduale cambiamento della linea editoriale era arrivata anche dalle mie parti. I lettori, a quanto pare, chiedevano cose più facili, e in questi casi la scienza è la prima a saltare - poi evidentemente è toccato anche al resto. Per quanto mi riguarda, ciascuno può giudicare quanto fossero difficili alcuni dei pezzi che ho pubblicato là sopra, finché è durata, ma tant'è: ora capisco meglio il tipo di pressioni che devono essere arrivate al direttore e alla redazione di Saturno negli ultimi mesi, e a loro va tutta la mia comprensione. E semmai diffido sempre di più di quelli che si nascondono dietro il gusto del pubblico, perché non esiste un unico pubblico, ne esistono tanti diversi e ognuno si coltiva quello che vuole o che può. Un quotidiano che rinuncia alla cultura fa una scelta, proprio come fa una scelta chi taglia la ricerca in tempi di crisi.

Poi, naturalmente, c'è la questione di se e come debba essere spiegata la scienza, cosa su cui negli ultimi giorni ho letto alcuni pareri che prendono le mosse proprio dal caso Saturno. Io su questo ho già detto la mia e non ho molto da aggiungere, se non che uno può fare tutti gli sforzi che vuole per rendere accessibile la scienza, ma se un po' di sforzo non lo fa anche chi sta dall'altra parte è chiaro che è tutto inutile.