18 dicembre 2011

Apologia del divulgatore

Raccontare la scienza è difficile. Ogni frase è una sfida. Quanto devo dire? Come devo dirlo? Dove devo fermarmi, quali dettagli devo eliminare, quali nominare solo di sfuggita, su quali concentrarmi? Se non avete provato a farlo, probabilmente non potete capire la fatica, il tempo che si finisce per dedicare anche a una singola frase, la ricerca del termine adatto, dell'analogia giusta, del compromesso ragionevole.

Molti anni fa, quando facevo la tesi di laurea, un mio conoscente mi chiese su che cosa stessi lavorando. Sul fondo a microonde, risposi. Ah, interessante, ne parlavamo proprio ieri sera in famiglia, disse lui. E subito dopo aggiunse: stavamo decidendo se comprarne uno.

Parecchi miei colleghi avrebbero fatto di questo aneddoto, e del suo inconsapevole protagonista, l'oggetto di esilaranti conversazioni da salotto con altri fisici. Io invece in quel momento mi sentii tagliato fuori dalla possibilità di avere conversazioni comprensibili con le altre persone a proposito del mio lavoro. E non solo con persone esterne al mondo accademico. La mia tesi di laurea si intitolava "Effetti di una tarda reionizzazione del mezzo intergalattico sulle anisotropie angolari del fondo cosmico". Terminologia impeccabile. Ma un mio amico biologo mi disse che gli faceva lo stesso effetto del technobabble in una puntata di Star Trek.

Più o meno a quei tempi, una sera, decisi di spiegare ai miei genitori la radiazione cosmica di fondo (che è un modo preciso ma arido di dire che stiamo guardando il big bang, che ne stiamo sentendo il calore: accidenti, vi rendete conto?). Me lo ricordo ancora benissimo, eravamo tutti attorno al tavolo della cucina, presi anche carta e penna per fare qualche disegnino. Insomma, per me è cominciata così, con la voglia di spiegare agli altri, a tutti, che quello che facevo era importante, e bello, e in fondo non era così difficile, si poteva capire, potete capirlo anche voi, ascoltate, dovete solo seguirmi per un po'. Quella sera, intorno a quel tavolo, pensai per la prima volta che potevo scrivere un libro, e l'ho scritto, e poi ne ho scritti altri.

È faticoso, a volte anche frustrante, ma io non posso farci niente. Se qualcuno mi chiede di spiegargli qualcosa che so, io non riesco a resistere. ("Niente mi commuove maggiormente dell'essere capito", diceva Valéry. Sarà questo, non so.) Però, se sei uno scienziato che sente di dover raccontare agli altri quello che fa, soffrirai di una dolorosa schizofrenia tra la tua metà rigorosa e intransigente e quella disposta a scendere a patti con il processo di approssimazione che qualunque traduzione comporta.

Il fatto è che non c'è una ricetta per farlo bene. Solo la tua integrità, il talento naturale, se c'è, e una certa dose di sfacciata umiltà, quella che ti fa vincere la paura che qualcuno possa credere che tu non sappia più di quello che stai raccontando. È la maledetta paura che spinge ancora molti scienziati a parlare a un giornalista come se stessero presentando i propri risultati a un congresso, o a giudicare quello che viene scritto su un blog con lo stesso metro che userebbero per sottoporre a revisione un articolo scientifico. Salvo poi sentirsi offesi e traditi se le persone non riescono a valutare l'importanza delle loro ricerche.

La capisco bene questa paura, ne comprendo i motivi, ma i miei eroi sono altri. Sono quelli che l'hanno vinta, quelli che sono riusciti a ispirare tantissime persone che non avrebbero mai avuto la possibilità di partecipare direttamente all'impresa scientifica e di capire un pezzetto dell'universo. Gente come Richard Feynman, definito da Freeman Dyson "mezzo genio e mezzo buffone", come Carl Sagan, che si vide negare un posto nella National Academy of Sciences proprio a causa della sua attività di divulgatore, o come Alan Lightman, capace di scrivere testi specialistici per astrofisici ma anche una delle più belle opere di narrativa scientifica che io abbia mai letto.

Le gioie più grandi che mi abbia dato la mia professione sono due. La prima è quella di avere avuto la consapevolezza, per qualche istante, di essere uno tra i primi essere umani a vedere qualcosa che l'universo aveva fino a quel momento tenuto nascosto. La seconda è quella di aver visto un mio interlocutore, qualcuno magari conosciuto per caso e con cui non avrei mai più parlato in vita mia, illuminarsi per aver capito per la prima volta qualcosa che gli era sempre sembrato astruso. Non sono sicuro, lo dico onestamente, di quale tra le due sia la gioia più grande.

Rilassatevi, colleghi scienziati. Parlate con le persone, raccontate quello che fate. Vi faranno le domande più difficili che abbiate mai sentito, e non potrete rispondere rimandando al vostro articolo del '98 su Nature, o nascondendovi dietro una cortina di tecnicismi. Uscite dai vostri uffici, rinunciate a qualche pretesa di essere i depositari di un sapere occulto, da non sporcare, da non corrompere. Fate qualche piccola concessione alla comprensibilità, anche a rischio di sbagliare.

E sbaglierete, ah, se sbaglierete. Scontenterete qualcuno che si sentirà invaso nel suo recinto specialistico, nel suo orticello di conoscenze acquisite e coltivate sgomitando per anni contro colleghi agguerriti, combattendo una spietata battaglia per la sopravvivenza che lo avrà portato a mettere sacchetti di sabbia intorno a un fortino assediato, a credere che ci sia un modo solo di dire le cose, il suo, e che ogni virgola del suo prezioso lavoro sia placcata d'oro a 24 carati e non sacrificabile.

Ma sapete, proprio l'altro giorno ho letto questa frase di Montaigne: Nessuno è esente dal dire sciocchezze. Il male è dirle con pretensione.

11 commenti:

  1. Bello! Io sono niubbo forte ma mi piacciono i blog che, come il tuo, raccontano le cose così come sono, anche se difficili. E adesso ce ne sono diversi, anche in italiano. OK sarà difficile ma continuate.

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  2. Applausi.
    Da "non scienziato" io personalmente ringrazio non solo te e questo tuo bel blog, ma anche questo bel manifesto di "integrità, talento e umiltà". E parafrasando Primo Levi, questo "manifesto" si può (si dovrebbe?) applicare sempre, non solo al mestiere dell'astrofisico.

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  3. Dici bene. E non c'è nulla che sia comparabile al sottile piacere di aver fatto capire un concetto a una persona che non ne sapeva nulla. In quel piacere c'è amore per la scienza e amore per il prossimo. Il divulgatore deve "allargare l'area della conoscenza collettiva" (prendo a prestito uno slogan nato in altri tempi e con altri scopi): niente di più e niente di meno. Farlo bene è difficile, e ci vogliono le doti che hai elencato.

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  4. clap clap clap. L'unica cosa su cui non sono d'accordo è la «certa dose di sfacciata umiltà, quella che ti fa vincere la paura che qualcuno possa credere che tu non sappia più di quello che stai raccontando.» Non ci vuole umiltà per quello, ma semplicemente consapevolezza di sé.

    L'umiltà ci vuole per accorgersi che quello che tu credi di sapere in realtà non lo sai affatto, e lo noti appunto quando cerchi di spiegarlo.

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  5. Si, ma poi, il fondo a microonde l'hanno comprato o no ?

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  6. Sono d'accordo con Popinga sul piacere di far capire (ed è anche una soddisfazione personale, quando ci riesci).
    Se la scienza e le sue scoperte non sono comunicate, a diversi livelli e con i linguaggi appropriati, viene a mancare lo stimolo affinché altre persone si dedichino ad esse in futuro: la curiosità.
    Lo diceva anche Einstein: "Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso".
    Farò leggere questo articolo a tutti quelli che mi chiedono "come funziona questo?" e mi abbandonano al primo accenno di difficoltà o al primo termine (pseudo)tecnico! E su, un po' di sforzo!

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  7. Einstein, nel suo "Evoluzione della fisica", disse che ogni concetto della fisica, anche il più astruso, si può spiegare a parole semplici e comprensibili, senza formule matematiche. E lui, in quel libro, insieme a Infeld, devo dire che ci riuscì discretamente. :-)

    I "non addetti ai lavori", invece, pensano non si debba fare nessuna fatica a capire. Quindi ci sono persone che dopo aver letto Einstein che spiega loro la relatività come la si spiegherebbe ad un bambino di 6 anni, continuano a dire che non capiscono. Sarebbe meglio dicessero che non vogliono capire.

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  8. Bellissimo articolo.
    Se non lo conosci (dubito) ti segnalo fra gli ostinati divulgatori Leonard Susskind che con questo libro "La guerra dei buchi neri" mi ha quasi commosso per dedizione al farsi capire da chi non è del campo.
    Senza per questo evitare di toccare gli argomenti in profondità.

    m.

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  9. Post bellissimo! Anche io mi sono dedicato da poco alla divulgazione aprendo un blog (http://divulgattivo.com). Sono d'accordissimo sul fatto che si tratti di un mestiere difficile quello del divulgatore e sono anche in parte d'accordo con il fatto che le formule matematiche talvolta non sono necessarie. Però non dimentichiamo che la fisica è una scienza proprio perché possiamo fare delle previsioni e le misure le trattiamo con mezzi matematici, quindi di conseguenza è chiaro che la fisica sia scritta in linguaggio matematico. Dico questo per dire che è vero che per divulgare non bisogna usare troppa matematica ma è anche vero che non se ne può fare a meno, anche quando si fa divulgazione. Almeno questo io penso. Ciao e ancora complimenti per il blog e per la qualità dei post.

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