07 novembre 2011

Blog scientifici e peer-review

Qualche giorno fa, una giornalista del Corriere mi ha chiesto un parere su una questione che, in soldoni, si può riassumere così: i blog scientifici possono diventare un'alternativa al meccanismo della peer-review (quello per cui i risultati di uno studio scientifico, prima di essere accettati per la pubblicazione da una rivista, devono essere sottoposti al vaglio di esperti del campo)?

Della nostra chiacchierata, come è normale, nell'articolo finale è rimasto poco, ma la sintesi è corretta. Penso che i blog scientifici siano molto utili per divulgare i risultati di uno studio a un pubblico di non addetti, per raccontare i passi intermedi o i retroscena di una ricerca, e persino (come mostrano alcuni recenti esempi nella comunità dei matematici) come strumento collaborativo per ottenere risultati originali. Ma, come mi era capitato già di dire in passato, non mi sembra che possano sostituirsi al processo di revisione cui ci si deve sottoporre per pubblicare nelle migliori riviste scientifiche.

Processo che, peraltro, non serve a stabilire la definitiva validità di uno studio: serve solo a capire se esso sia fondato su standard scientifici adeguati e se, quindi, sia meritevole della considerazione della comunità. Comunità che poi continuerà a vagliare i risultati sul campo. Essere pubblicati da Nature o da Science è solo un passo, e non mette certo al riparo da errori. Né è pensabile che chi giudica un articolo riproduca per conto suo i risultati: cosa che non è possibile se essi sono stati ottenuti, per esempio, attraverso un esperimento complicato, durato molti anni.

Non è che ci sia chissà quale sacralità nella peer-review: è semplicemente un meccanismo consolidato che funziona da molto tempo, e che magari in futuro verrà sostituito con qualcosa di meglio. Ma per ora è il meccanismo comunemente accettato dalla comunità scientifica, una sorta di accordo tra gentiluomini in cui si dà per scontata la buona fede dei colleghi. E, almeno nella parte di mondo accademico che frequento io, è un meccanismo che fa il suo dovere bene.

4 commenti:

  1. Io credo che unire i blog (e i social media) alla pubblicazione di un articolo in open access sia la soluzione migliore, nello stato delle cose attuale. se la revisione paritari aè ancora indispensabile, come è, nulla vieta però di preferire strade che lasciano a tutti accesso alla ricerca (accademici e non: e c'è una buona fetta di persone che sono ricercatori ma non hanno un account universitario per accedere alla letteratura scientifica), e una discussione pubblica che può essere utile per il lettore medio ma anche per l'autore. L'abbondanza di feedback (se serio e ragionato), non può far male, e utilizzare i socialcosi può dare visibilità (e la dà: http://melissaterras.blogspot.com/2011/11/what-happens-when-you-tweet-open-access.html).

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  2. La giornalista del Corriere si sveglia un po' tardi, a voler essere cattivi: è da tanti anni che si parla del ruolo dei blog all'interno della letteratura scientifica di qualità. Credo però che lo stesso concetto del blog sia ormai ridotto e sorpassato: oggi quello che veramente ha peso, come accenna il tuo post, è la collaborazione scientifica virtuale. La "repubblica delle lettere" del terzo millennio, se vogliamo. Quindi non solo i blog, che sono forse più adatti alla divulgazione che non alla ricerca in sé, ma gli strumenti di Virtual Collaboration, E-Science, ecc. Se tutto questo magari non arriva a sostituire il "peer-review", è sicuramente determinante per far circolare idee, opinioni, confronti.

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  3. A che serve la letteratura?
    A che serve la pittura?
    A che serve la scultura?
    A che serve la musica?
    A che serve la filosofia?

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  4. Si, sono d'accordo con te, il "peer-review"non ha al momento alternative veramente credibili ed è di fatto il sistema che viene adottato come valore assoluto. Forse troppo assoluto, direi. Tanto che la maggior parte dei ricercatori oggi non immagina nemmeno possibili alternative. Aggiungo anche che in nome del "peer-review" si usano introdurre una miriade di indici e criteri soggettivi con la pretesa di "misurare" in modo oggettivo la qualità del ricercatore. Questa è, credo, la parte insana della faccenda. Recentemente ho sentito parlare anche di costo per pubblicazione, come se il compito del ricercatore fosse di produrre un maggior numero di bulloni - ehm articoli - possibili.

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