Negli ultimi giorni, dopo aver visto il putiferio sollevato dalla notizia che (forse) i neutrini possono viaggiare più veloci della luce, qualcuno si sarà chiesto: ma cos'ha di così speciale la velocità della luce? Da dove sbuca fuori questo limite che la natura ha imposto al moto dei corpi e alla propagazione dei segnali? Cosa rende impossibile (fino a prova contraria) oltrepassarlo? Come tutti più o meno sanno, c'entra qualcosa Einstein. Ma in che modo, esattamente?
In realtà bisogna partire addirittura da Galileo. Il pisano aveva capito che le leggi della fisica devono essere le stesse in qualunque sistema di riferimento in moto rettilineo e uniforme. D'accordo, non l'avrebbe detto esattamente con queste parole, ma il senso era questo: le regole che usate per descrivere i fenomeni naturali sono le stesse sia che vi troviate, ad esempio, su una nave che si muova in linea retta e a velocità costante, sia che siate fermi nel porto. (L'esempio della nave lo fa Galileo stesso, in modo molto più letterario.) Questo è il principio di relatività galileiana, su cui la fisica ha campato benissimo per tre secoli buoni. Perché le cose tornino, bisogna solo tenere conto della velocità relativa tra i sistemi di riferimento, per esempio quella della nave rispetto al porto. Se per esempio un marinaio si sposta in linea retta da poppa a prua a 5 chilometri all'ora, e la nave si sposta a 50 chilometri all'ora rispetto al porto, un osservatore nel porto vedrà il marinaio muoversi a 55 chilometri all'ora (la sua velocità rispetto alla nave, più quella della nave).
Quando arriva Einstein, sono cambiate due cose. La prima è che hanno inventato il treno, per cui l'esempio della nave è superato e Einstein nei suoi lavori parla di stazioni e vagoni. Ma questo non è importante. La seconda cosa è molto più seria. I fisici hanno cominciato da qualche decennio a giocare con i magneti e l'elettricità. Maxwell ha ricavato delle bellissime leggi che spiegano perfettamente i fenomeni elettromagnetici, si è capito che la luce è una forma di radiazione elettromagnetica, e insomma tutto sembra filare per il verso giusto.
Be', quasi tutto. In realtà, si è capito anche che la luce si propaga nel vuoto sempre esattamente alla stessa velocità, qualunque sia la velocità e la direzione del moto del corpo che emette la luce. È una costante, non cambia, ha un valore universale: tanto vale indicarla con una lettera, la c.
Bum. Questo fatto apparentemente innocuo manda per aria il principio di relatività di Galileo. Come è possibile che la velocità della luce non si sommi a quella del sistema di riferimento da cui viene emessa? Quando Einstein arriva sulla scena, le soluzioni proposte al problema sono di due tipi: o è il principio di relatività a essere sbagliato, oppure lo è la legge di propagazione della luce. Nel primo caso i sistemi di riferimento in moto rettilineo e uniforme non sarebbero tutti uguali, e dovrebbe esistere un sistema di riferimento speciale, che potrebbe essere considerato in quiete assoluta. Nel secondo caso, le leggi di Maxwell dovrebbero finire nel cestino. Einstein trova orribili e fisicamente ingiustificate entrambe le alternative, e allora prende il coraggio a due mani, imboccando l’ultima strada rimasta: assume che debbano essere contemporaneamente validi sia il principio di relatività che la costanza della velocità della luce.
La teoria della relatività speciale (o ristretta) nasce da qui. Naturalmente, per salvare capra e cavoli, Einstein deve cambiare le regole con cui si confrontano le osservazioni nei vari sistemi di riferimento. Non va più bene sommare semplicemente le velocità, come nel caso del marinaio e della nave. Le nuove leggi per passare da un sistema all'altro (che prendono il nome da Lorentz, che le aveva dedotte prima di Einstein) sono più complicate, e si portano dietro tutti gli effetti per cui la relatività è diventata celebre tra i profani: lo scorrere del tempo non è più assoluto, ma dipende dal moto dell’osservatore, e lo stesso vale per le lunghezze dei corpi. Una volta accettati questi risultati lontani dall’intuizione, tutto il resto va a posto perfettamente. Abbandonati i concetti innati di spazio e di tempo, le contraddizioni spariscono e le leggi dell’elettromagnetismo sono perfettamente valide in tutti i sistemi di riferimento in moto rettilineo uniforme.
Ma dicevamo della velocità della luce come limite insuperabile. Fino a qui del divieto non c’è traccia. Da dove esce fuori?
Ci siamo quasi. Un primo indizio del fatto che alla natura non piaccia che si superi c viene dal modo in cui si combinano fra loro le velocità in relatività ristretta. Nella fisica classica, come abbiamo visto con l'esempio del marinaio e della nave, basta sommare. Se mi muovo a velocità v all'interno di un sistema che si muove a sua volta a velocità w (nella stessa direzione) rispetto a un osservatore esterno, a quell'osservatore la mia velocità apparirà essere semplicemente v+w. Nulla impedisce che questa somma dia come risultato un valore maggiore di c. In relatività ristretta, la formula per combinare le velocità è più complicata, ma il succo è che il risultato non è mai maggior della velocità della luce. Non c'è verso. Persino se v=w=c, il risultato totale è soltanto c. (Se volete vedere la formula e divertirvi con i numeri, usate Wolfram Alpha.)
Ma la botta definitiva deve ancora arrivare. A un certo punto, Einstein usa le trasformazioni di Lorentz per calcolare l’energia necessaria ad accelerare una particella di massa m, inizialmente in quiete, fino alla velocità v. Nella fisica classica, questa energia si ottiene moltiplicando la massa per il quadrato della velocità da raggiungere e dividendo il risultato per due. Nulla vi impedisce di superare la velocità della luce, a patto di avere abbastanza energia da spendere. (Provate a calcolare.)
In relatività ristretta, la formula si complica, ed è questa che vi frega. (Anche in questo caso, potete usare Wolfram Alpha.) Quando v=c, spunta fuori una divisione per 0. E, come si sa, dividere per 0 dà un risultato infinito. Non importa quanta energia abbiate a disposizione, e quanto piccola sia la massa della particella da accelerare: man mano che vi avvicinate alla velocità della luce, c, avrete bisogno di sempre maggiore energia. Non ce la farete mai.
Arrivato a questo punto (l'articolo è "L'elettrodinamica dei corpi in movimento", del 1905) Einstein commenta: "Velocità superiori a quella della luce non hanno alcuna possibilità di esistenza". Fine della storia.
(Dei rapporti di causa effetto, magari parliamo un'altra volta.)
Avrei una domanda:
RispondiEliminaMa il discorso energia infinita per raggiungere e superare la velocità della luce deriva solamente da questo concetto della divisione per 0? Perchè in realtà, a livello matematico, una divisione per 0 non da valore infinito, ma semplicemente non esiste, è indefinibile. Ci sono alcuni tipi di matematica (ad esempio infinitesimi, Sfera di Riemann) in cui una divisione per 0 ottiene un significato e un valore: potrebbe essere possibile modificando la matematica alla base delle leggi superare l´impasse della divisione per 0 ed ottenere un valore? Ovvero avere che, sotto certe condizioni, superamento della velocità della luce e relatività ristretta non siano incompatibili, ma anzi previste (non dico facili da raggiungere ovviamente)?
Ci sono stati altri casi in fisica in cui problemi insormontabili sono stati superati con una modifica della matematica stessa o con introduzioni fittizie (oggetti non reali fisicamente) che hanno portato poi risultati compatibili con la realtà.
@airone76
RispondiEliminaIo credo che non sia tanto un problema di divisione per zero, quanto ti passaggio al limite.
D'altronde se nella formula relativistica dell'energia cinetica si cercano di imporre velocità sempre più vicine a c l'energia necessaria risultante continua a crescere all'infinito.
Suppongo però che nulla tolga che anche le leggi relativistiche non siano del tutto complete e che in un futuro si trovino modelli che interpretino meglio la realtà e che quindi ammettano di superare la velocità della luce. O sbaglio?
In fisica tutto è modificabile, se c'è una ragione sperimentale valida. Il fatto che avvicinandosi a c l'energia necessaria ad aumentare la velocità di una particella cresce sempre di più si osserva sperimentalmente, per esempio negli acceleratori. Per ora, ragioni per modificare quell'equazioni non ce ne sono.
RispondiElimina«Quando arriva Einstein, sono cambiate due cose. La prima è che hanno inventato il treno.»
RispondiEliminaQuesta è una delle cose più belle che abbia mai letto :-)
@ Amedeo Balbi
RispondiEliminaMagari non mi sono spiegato bene, quindi cerco di spiegarmi meglio. Non è vero che per spedire particelle alla velocità della luce (e quindi risolvere la divisione per 0) serve sempre energia infinita, visto che lo facciamo più o meno tutti ogni giorno: ovviamente dipende dalla particella, poichè particelle con massa a riposo nulla possono superare l´"impasse" della divisione per 0 (come il fotone). Ma se si può superare il problema in qualche modo quando v=c c`è un altro motivo fisico, slegato da questa formula dell'energia cinetica, per cui non si possa fare se v>c?
Faccio un esempio matematico, non so quanto calzante e quanto corretto fisicamente ma solo per cercare con questo di spiegarmi. Nel caso di v>c il problema non sarebbe la divisione per zero: la gamma infatti non è più infinita, ma immaginaria. Supponendo per una particella superluminale una massa immaginaria (non voglio addentrarmi in cosa questo voglia dire fisicamente) anche essa, rientreremo nel campo di una energia certamente reale e non infinita.
La mia domanda quindi entrava in questo discorso: esistono altre leggi relativistiche che vietano velocità superluminali indipendentemente da questa (per cui sarebbe da rivedere tutta la teoria) o basterebbe concentrarsi su quella divisione per 0 che crea qualche problema superata la quale l´impianto tornerebbe coerente?
Uno studio pubblicato nel 2009 su arXiv.org ( http://arxiv.org/abs/0912.3934 ) sostiene che la velocità della luce, calcolata verificando il tempo di andata e ritorno di impulsi laser inviati a colpire i retroriflettori lasciati sulla Luna all'epoca delle missioni Apollo, dipenda in ultima analisi dalla velocità relativa dell'osservatore. Secondo i calcoli riportati dall'autore D.Y. Gezari, la velocità rilevata eccederebbe di 200 ± 10 ms il valore canonico di c, un tempo che corrisponde alla velocità con cui l'osservatorio che ha lanciato l'impulso laser si è spostato durante il tragitto di andata e ritorno, in virtù della rotazione terrestre.
RispondiEliminaDomanda: c'è qualche riscontro indipendente che confermi o smentisca i risultati di questo esperimento? Domanda bis: è possibile che l'eccesso di velocità dei neutrini riscontrata dall'esperimento Opera possa avere a che fare con qualcosa di analogo, ovvero il moto relativo della cornice di riferimento dell'osservatore nel tempo intercorso tra la partenza e l'arrivo dei neutrini? ... O la "colpa" è tutta del tunnel della Gelmini?
ho notato che per colpa di internet non faccio più domande ma cerco di trovare le risposte da solo, il che non è del tutto positivo.
RispondiEliminacosicchè questa volta a rischio di fare una domanda stupida, chiedo:
la scienza sperimentale dovrebbe dare l'ultima parola agli esperimenti.
ma se le equazioni di einstein sono state confermate per velocità inferiori a quelle della luce, perchè dovremmo pensare che sono valide anche per velocità ad essa superiori?
in fondo il neutrino potrebbe nascere a velocità superiore a quella della luce e quindi non avrebbe il problema di dover accelerare
mi sembra il retaggio di un'era in cui si credeva che la matematica era in grado di descrivere il mondo con equazioni perfette
@airone76: le uniche particelle che evitano il problema del limite v->c sono i fotoni, che non hanno massa. In qualunque altro caso il problema sussiste. Il caso dei tachioni (particelle ipotetiche con massa immaginaria, di cui ho parlato in un post precedente e che si muovono sempre con v>c) è simmetrico: ma non esistono prove che essi esistano, e comunque rimarrebbe il fatto che particelle di massa m non possono superare la barriera v=c. Mi chiedi se esistano altre leggi relativistiche: naturalmente, c'è il grosso problema dei rapporti di causa/effetto violati per velocità maggiori di c, ma dal punto di vista pratico quello dell'energia che tende a infinito per v che tende a c è più che sufficiente.
RispondiElimina@michele: l'articolo che citi non è mai stato pubblicato su una rivista, ed è semplicemente sbagliato, come spiegato in quest'altro articolo http://arxiv.org/pdf/1002.3968v1. Proprio alcuni mesi fa ho partecipato a un seminario che passava in rassegna tutti gli esperimenti che hanno cercato deviazioni dalla costanza di c: a tutt'oggi, nessuno ha trovato violazioni.
@zimbricchio: stai di nuovo parlando di particelle che sono sempre superluminali, ovvero di tachioni. Non è escluso che esistano, anche se fino a oggi non ci sono prove.
@amedeo: grazie del chiarimento. Pur non essendo un fisico, sospettavo che l'esperimento che avevo citato fosse sbagliato nei suoi presupposti teorici (la determinazione della velocità della luce era fatta - se non ho capito male - usando come misura della distanza della Luna il valore ottenuto dividendo il valore canonico della velocità della luce per il tempo impiegato da precedenti misurazioni dell'impulso laser a percorrere quella distanza: una petizione di principio, insomma).
RispondiEliminaEhm... vorrei postare una domanda anche io, da neofita...
RispondiElimina@Amedeo: Ma per una particella che si muove quasi alla velocità della luce allora come scorre il tempo per questa particella? E' così lento fino a tendere a zero?
E la sua "lunghezza", d'altro parte, dovrebbe tendere a infinito???
PS. Scusate la banalità delle domande :-S
@andrea, per una particella che si muove a velocità prossime a quelle della luce, il tempo scorre più lentamente. Questo fatto è stato messo alla prova sperimentalmente, per esempio osservando che alcune particelle che decadono in tempi molto brevi (come i muoni) decadono un po' più lentamente quando si muovono a velocità prossime a quelle della luce. Quanto alla lunghezza, essa si contrae muovendosi a velocità prossime a quelle della luce: ma le particelle possono essere considerate come punti privi di dimensione, quindi l'effetto è praticamente inosservabile (anche se lo è nel caso di particelle composite come gli ioni pesanti).
RispondiEliminaScusate la mia ignoranza. Da quando il mars orbiter e' andato perduto per questioni di unita' di misura, tendo a pensare a cose del genere, se qualcosa non torna.
RispondiEliminaSe non sbaglio la misura e' stata fatta con strumenti indipendenti dal "sistema ginevra" e dal "sistema gransasso".
In questo caso i sistemi di riferimento di cui tenere conto per la composizione relativistica non dovrebbero essere tre invece di due?
Se la risposta fosse si, sgorgherebbero altre domande. Per esempio: come si fa la composizione relativistica in questo caso?
Grazie in anticipo per la Vs. Infinita Pazienza :)
Una delle difficoltà tecniche da superare per una misura del genere è la sincronizzazione tra gli orologi al Cern e al Gran Sasso. Gli autori dello studio hanno preso tutte le precauzioni del caso, interfacciando i due laboratori a un sistema GPS comune (con accorgimenti che sono un po' troppo tecnici da spiegare qui ma sono spiegati nell'articolo). Non so se questo risponde alla domanda.
RispondiEliminaProvo a spiegare meglio il mio problema: se io osservo da un punto terzo un onda che parte da un punto primo a un punto secondo e questi punti si muovono, lo spaziotempo misurato dal sistema di riferimento del punto terzo non risente degli effetti relativistici connessi col movimento dei punti primo e secondo.
RispondiEliminaSapere che si usa un sistema GPS e' proprio quello che mi ha fatto porre la domanda:
Il fatto che sia stato usato un sistema di misura terzo rispetto ai due direttamente collegati all'evento mi fa sembrare strano che anche in questo caso si applichi la stessa equazione per due soli sistemi, visto che le contrazioni relativistiche dei primi due sistemi non hanno alcuna influenza sul terzo...
Quindi la domanda resta:
"I sistemi di riferimento di cui tenere conto per la composizione relativistica non dovrebbero essere tre invece di due? "
Se non sbaglio la trasf. di Lorentz e' stata concepita per due sistemi, e quindi se i sistemi diventano tre (gransasso, ginevra e GPS) ,e' presumibile che non sia piu' esatta.
Forse scrivo solo un sacco di cavolate, eh.
In tal caso mi piacerebbe essere rassicurato :-).
@Antonio: le trasformazioni di lorentz si possono fare tranquillamente in serie, così come si potevano fare quelle di galileo (prendi il primo, sommi il secondo, e poi sommi il terzo rispetto al secondo), è solo un pochino più complicata la matematica (ma neanche troppo, una volta che impari ad usare i tensori). Invece di essere una somma diretta, è una composizione, ma puoi comporre il primo sistema col secondo, e poi il secondo con il terzo, e ottieni la composizione tra il primo ed il terzo.
RispondiEliminaIn ogni caso nell'esperimento di OPERA non si sono operate composizioni di velocità, ma solo sincronizzazioni di tempi, quindi il problema non si pone (la velocità è stata calcolata conoscendo la distanza come distanza/tempo).
@airone76:
"Faccio un esempio matematico, non so quanto calzante e quanto corretto fisicamente ma solo per cercare con questo di spiegarmi. Nel caso di v>c il problema non sarebbe la divisione per zero: la gamma infatti non è più infinita, ma immaginaria. Supponendo per una particella superluminale una massa immaginaria (non voglio addentrarmi in cosa questo voglia dire fisicamente) anche essa, rientreremo nel campo di una energia certamente reale e non infinita."
A proposito di masse immaginarie, è uscito un articolo su arXiv che postula un termine di massa immaginario, derivante dall'iterazione dei neutrini col campo gravitazionale della materia terrestre, per spiegare il fenomeno dei neutrini superluminali: http://arxiv.org/abs/1109.5445
ovviamente intendevo @anonimo, non @antonio
RispondiEliminaE se la Gelmini avesse ragione ?
RispondiEliminaMagari le geodetiche impresse allo spazio tempo dalla gravità terrestre non sono le linee di minima distanza tra punti e i neutrini ci sono passati sotto percorrendo il segmento che sottende l'arco di curva come fosse un tunnel..L'effetto Gelmini salverebbe capra (esperimento)e cavoli (limite c per la velocità)
Bellissimo articolo. Complimenti!
RispondiElimina