Questa estate, mentre i palinsesti televisivi tiravano avanti con iniezioni di avanzi di magazzino, un gruppo di volenterosi ha pensato di prepararsi all'inizio della nuova programmazione, mettendo in piedi una specie di gara a chi becca più frottole o inesattezze scientifiche tra quelle che immancabilmente ci verranno propinate a piene mani da un certo tipo di trasmissioni. Dovrebbero esserci in palio premi interessanti, e prevedo che i partecipanti alla gara avranno gioco relativamente facile.
Per inciso: su quale sia il modo migliore per combattere la disinformazione scientifica io non ho facili risposte. Ho un atteggiamento pratico piuttosto laico, nel senso che mi illudo che la moneta buona scacci quella cattiva, e che chi ha cose serie e interessanti da dire prima o poi prevalga su chi vende fumo. Ma forse sono troppo ottimista. In ogni caso, l'iniziativa in sé mi sembra buona, e soprattutto fatta con la giusta dose di ironia.
Il tutto inizia a settembre. Per capire come partecipare basta andare sul sito apposito.
31 agosto 2010
30 agosto 2010
Carnevale della fisica
L'estate sta finendo, ma c'è il Carnevale della fisica n. 10, ospitato da Popinga.
13 agosto 2010
Passatempi estivi
Il numero di Erdős è una variazione per matematici del gioco dei sei gradi di separazione. Si tratta, essenzialmente, del numero di collaborazioni che separano un accademico qualunque da Paul Erdős, matematico ungherese estremamente prolifico: più è piccolo il numero, minore è la distanza da Erdős (in termini di ricerche alle quali si è collaborato). Ne ha riparlato di recente Maurizio Codogno sul Post, e poi qui è stato segnalato un sito in cui è possibile effettuare il calcolo. Non avevo mai provato, e sono andato a dare un'occhiata. Viene fuori che ho un numero di Erdős di 5. Può essere divertente provare anche con altri grandi nomi. Per esempio, ho 5 con Albert Einstein e 4 con Enrico Fermi (ma il calcolo è fatto su un database di pubblicazioni prevalentemente matematiche o fisico-matematiche, quindi la distanza reale potrebbe essere inferiore).
La cosa un po' mi inorgoglisce, ma non troppo. La comunità scientifica è, tutto sommato, abbastanza piccola, le collaborazioni sono frequenti, e i gradi di separazione tra ricercatori sono pochi. La stessa cosa vale anche per altri mondi chiusi, come quello del cinema, tant'è vero che qualcuno scherzosamente ha tirato fuori una parodia del numero di Erdős: il numero di Bacon, che misura i gradi di separazione (in termini di film a cui si è collaborato) tra un attore qualunque e Kevin Bacon. C'è un sito che misura il numero di Bacon, e in generale i gradi di separazioni nel mondo del cinema. Usandolo, si trova che i passi tra Alvaro Vitali e Stanley Kubrick sono solo 3.
La cosa un po' mi inorgoglisce, ma non troppo. La comunità scientifica è, tutto sommato, abbastanza piccola, le collaborazioni sono frequenti, e i gradi di separazione tra ricercatori sono pochi. La stessa cosa vale anche per altri mondi chiusi, come quello del cinema, tant'è vero che qualcuno scherzosamente ha tirato fuori una parodia del numero di Erdős: il numero di Bacon, che misura i gradi di separazione (in termini di film a cui si è collaborato) tra un attore qualunque e Kevin Bacon. C'è un sito che misura il numero di Bacon, e in generale i gradi di separazioni nel mondo del cinema. Usandolo, si trova che i passi tra Alvaro Vitali e Stanley Kubrick sono solo 3.
6 agosto 2010
Ma lo ha fatto anche Einstein!
Ero incerto se ritornare sulla questione Verlinde, quando ho visto questo post che è perfetto per introdurre esattamente quello che avevo intenzione di dire. È il resoconto di una conferenza che Verlinde è andato a fare nella sede di Google, come strascico della popolarità ottenuta grazie all'articolo sul New York Times. Il racconto termina così:
Finora, dice Verlinde, tutto questo è solo una "intuizione". Ora, ha bisogno di trovare la matematica per dimostrarlo. Poi, alza le spalle e dice come se niente fosse che questo è il modo in cui anche Einstein ha cominciato.
Il che è esattamente tutto il punto della questione. Tra quella che Einstein chiamava "l'intuizione più felice della mia vita" (ovvero il fatto che non ci fosse differenza, localmente, tra un sistema di riferimento accelerato e uno sottoposto all'azione un campo gravitazionale) e l'esito finale di quell'intuizione, ovvero la pubblicazione della relatività generale (che, tra le altre cose, reinterpretava la gravità come una conseguenza delle proprietà geometriche dello spazio-tempo), passano quasi dieci anni. Anni di lotte con la geometria differenziale e il calcolo tensoriale, tecniche che Einstein trovava particolarmente ostiche e che dovevano essere adattate a un contesto fisico completamente nuovo. Ma Einstein, che peraltro era già uno scienziato piuttosto famoso, per finire sulla prima pagina del New York Times dovette aspettare ancora quattro anni, fino a quando le osservazioni di Eddington durante l'eclissi del 1919 dimostrarono che la luce delle stelle lontane curvava passando accanto al Sole, confermando le previsioni della relatività generale.
Poi, per carità, va tutto bene. Se uno ha un'idea, ha interesse che circoli il più possibile, con qualsiasi mezzo, e non solo tra la ristretta cerchia dei colleghi; e magari tra quindici anni potremo dire di avere avuto il privilegio di assistere in diretta ai primi passi di una nuova teoria fisica. D'altra parte non siamo all'inizio del '900, le cose vanno molto più veloci, si sgomita molto di più per un po' di visibilità (e lo stesso Overbye, autore del pezzo sul NYT, mostra di essere amaramente consapevole di tutto questo). Il rischio però è di mettere il carro avanti ai buoi (vedi anche Julian Barbour, che scrive un intero libro per divulgare la sua idea che il tempo non esiste, sostenendo però di non averne ancora le prove matematiche) e, soprattutto se si tira in mezzo Einstein, di sembrare uno di quelli che ti dicono di avere avuto un'idea per raggiungere Alfa Centauri in una settimana, ma che devono solo finire di lavorare su alcuni piccoli dettagli.
3 agosto 2010
E stavolta è toccato al big bang
Avrei quasi voglia di inaugurare una rubrica estiva, "Teorie fisiche che se la passano benissimo, nonostante le voci del contrario", ma poi magari qualcuno direbbe che sono un difensore dell'ortodossia scientifica per partito preso. Stavolta è successo che un ricercatore di Taiwan ha messo su arXiv (che, ricordiamolo, è un semplice archivio, non una rivista peer-reviewed) un articolo intitolato "Modelli cosmologici senza big bang" e la cosa, di per sé assolutamente irrilevante all'interno della comunità scientifica (fidatevi, è il mio campo) si è meritata una notizia su Repubblica (grazie a chi mi ha segnalato l'articolo originale e la notizia). Della cosa in sé parlo più a lungo sul Post, ma vediamo se anche stavolta, come nel caso di Erik "la-gravità-non-esiste" Verlinde, c'è chi pensa che io abbia esagerato, o se invece siamo tutti d'accordo che una notizia scientifica costruita su qualcosa che è, a voler essere proprio generosi, un'ipotesi di lavoro, sia un po' tirata per i capelli?
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