10 aprile 2010

Variazioni su un tema di Drake

Cinquant'anni fa, l'8 aprile del 1960, un astronomo del National Radio Astronomy Observatory in West Virginia puntò un radiotelescopio di 26 metri verso un paio di stelle tra le più vicine al Sole, Tau Ceti e Epsilon Eridani. L'astronomo si chiamava Frank Drake, e quello che stava cercando di captare erano eventuali segnali radio trasmessi da civiltà extraterrestri tecnologicamente avanzate. Il tentativo durò 4 mesi, per un totale di circa 150 ore di osservazioni utili. È superfluo dire che Drake non trovò un bel niente, altrimenti oggi sarebbe uno degli uomini più famosi della storia dell'umanità e noi passeremmo il tempo su un social network galattico a leggere i messaggi di stato di esseri blu con quattro dita. Comunque, quello era un periodo di grande ottimismo (gli anni '60, voglio dire), in cui lo spazio, gli omini verdi e le tute di spandex spopolavano sugli schermi, e gli scienziati pensavano che in capo a pochi decenni avremmo avuto le prove che l'umanità non era l'unica specie cosciente a combinare guai nell'universo. Per un po', ci fu tutta una gara a puntare radiotelescopi verso lo spazio sperando di sintonizzarsi su una tv aliena. Il cosiddetto progetto SETI andò avanti a fasi alterne fino a quando qualcuno decise che erano soldi buttati e la cosa si trasformò in un'impresa finanziata privatamente; ma questa è un'altra storia.

Comunque, Drake è noto soprattutto per aver proposto un metodo per stimare il numero di possibili civiltà in grado di comunicare, la cosiddetta equazione di Drake:


Equazione per modo di dire, visto che si basa su una serie di probabilità (quanto è probabile che una stella abbia pianeti abitabili? Quanto è probabile che su un pianeta abitabile si formi davvero la vita? Quanto è probabile che una volta formatasi la vita questa diventi intelligente? Quanto è probabile che una volta diventata intelligente non faccia saltare in aria il pianeta con la sua intelligenza? E così via), numeri che uno può tirare un po' a casaccio, ottenendo con lo stesso grado di plausibilità una galassia che pullula di trasmissioni oppure il vuoto totale. (L'unica quantità, lì dentro, che sappiamo stimare con una certa precisione è il tasso medio di formazione stellare nella galassia: meno di dieci l'anno.) Se volete divertirvi [*], in giro ci sono un sacco di calcolatori in cui potete inserire i vostri numeretti; il più bello, secondo me, lo trovate qui (una volta nella pagina, bisogna lanciare l'applicazione cliccando sull'immagine a sinistra).

Per finire, un paio di usi alternativi di statistica alla Drake. Il solito xkcd, la riformula per stimare il numero di persone che immaginano di aver incontrato un alieno:


Mentre qui c'è un articolo di uno studente di dottorato inglese che la usa per stimare la probabilità (bassina) di, ehm, trovare una fidanzata.



[*] Nel caso vi interessi, la mia stima del numero di civiltà in grado di comunicare nella nostra galassia è: zero.

4 commenti:

  1. Peccato per il grande Carl Sagan, ma penso che tu abbia ragione. E certi avvenimenti mi fanno cominciare a dubitare dell'esistenza di forme intelligenti di vita persino qui da noi.

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  2. Non solo non è un'equazione, ma non contiene neanche probabilità. Qui i dettagli: http://www.gravita-zero.org/2009/10/non-probabilita-di-vita-extraterrestre.html

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  3. Walter, capisco quello che intendi, ma alcune delle stime che compaiono nell'equazione possono essere intese come probabilità nella definizione soggettiva, alla De Finetti, per intenderci, mentre altre possono in linea di principio essere misurate, avendo un campione abbastanza grande (e non distorto) di sistemi planetari extrasolari. Che poi questo sia fattibile solo in teoria e non in pratica è evidente, e infatti non credo che l'equazione di Drake sia di grande utilità, se non per il fatto che ci costringe ragionare su quali siano i fattori principali da considerare per stimare il numero di civiltà intelligenti (numero che, appunto, è completamente diverso a seconda di chi fa la stima).

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  4. Amedeo, hai ragione, ma tieni conto che: 1)la probabilità soggettiva di De Finetti non serve a molto e non è una probabilità matematico-assiomatica nel senso di Kolmogorov; 2)non basta un campione grande per ottenere buone stime, occorre un campione casuale cioè estratto secondo il modello dell'urna: come possiamo mettere in un'urna tutti i nomi dei pianeti extrasolari (per poi estrarne un certo numero) se neanche li conosciamo tutti ? Da ciò segue che l'unico campionamento possibile è quello non probabilistico, che non è attendibile al fine di estendere i risultati del campione alla popolazione di riferimento.
    Tutto ciò per dirti che, dal punto di vista matematico-statistico, brancoliamo ancora nel buio.

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