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18 marzo 2010

Il solito problema della polvere

Dico: mica vi sarete dimenticati che lì fuori, in un punto a un milione e mezzo di chilometri da qui, c'è sempre Planck (il satellite, non il fisico) che sta cercando di catturare i fotoni più antichi dell'universo, quelli provenienti dal big bang?

Solo che tra noi e quei fotoni lontanissimi c'è di mezzo un po' di roba.


Polvere. Tanta polvere disseminata fra le stelle della nostra galassia. La polvere assorbe la luce delle stelle, viene riscaldata e rilascia un po' di calore, e quindi di radiazione elettromagnetica. Così, scrutando le microonde in cerca dei fotoni fossili, Planck si ritrova davanti anche questi bellissimi filamenti di sporcizia cosmica; e siccome in fondo il suo strumento non è che un termometro sensibilissimo, è in grado di percepire la differenza di temperatura tra le varie zone (le regioni più rosse sono a una dozzina di gradi sopra lo zero assoluto, quelle bianche sono più calde di qualche decina di gradi).

Se siete cosmologi (ehm) e vi interessa guardare più lontano possibile per vedere come era l'universo subito dopo il big bang, ritrovarsi la polvere davanti agli occhi è un bel fastidio. Fortunatamente, è concentrata quasi tutta nel disco della galassia, così che la maggior parte del cielo è praticamente sgombra. (E poi, potete sempre usare delle sofisticate tecniche di analisi per ridurre la contaminazione nelle misure.) Se invece siete astrofisici la polvere vi interessa più del big bang, e un'immagine del genere può dirvi un mucchio di cose (lì dentro si formano le stelle, tanto per dirne una). (Se invece non siete né astrofisici né cosmologi, ma vi piacciono le immagini spettacolari dell'universo, be', mi pare che non vi possiate lamentare.)

(Immagine © ESA e HFI Consortium, IRAS)
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