05 febbraio 2010

Dillo con un fiore

Richard Feynman spiega perché, secondo lui, uno scienziato riesce a vedere in un fiore più bellezza di quanta ce ne veda un artista. (Da un'intervista del 1981 alla BBC, che mi è tornata in mente parlando con Alessandro.)

6 commenti:

  1. grazie :)
    è una delle citazioni che amo di più del buon Richard.
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  2. scusa, purtroppo non capisco la lingua inglese ma l'argomento mi interessa molto. Vorrei chiederti se per favore puoi spiegare in italiano il contenuto del video. Mi sarebbe molto utile. grazie mille
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  3. ops, come non chiesto, bastava una ricerca su google. grazie, alla prossima
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  4. qui c'è la traduzione per chi fosse interessato: http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/
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  5. Credo che sia necessario procedere all'antipatica operazione dell'autocitazione, per cui copincollo il commento scritto a suo tempo sul blog di Dario Bressanini:
    Come “tenutario” di un blog che parla spesso di scienza e poesia, mi sento, per dirla con un grande intellettuale italiano, “tirato per la giacchetta”. L’amico di Feynman sta combattendo una battaglia perdente e di retroguardia, un po’ come il paladino Orlando a Roncisvalle. Proprio nel mondo anglosassone, che ha avuto la fortuna di fare a meno di De Santis e Croce, il dibattito sulle “due culture” è un confronto, ma certo non una battaglia. Chiunque legge un libro di divulgazione scientifica scritto da quelle parti può osservare l’ampio uso di metafore poetiche, e di vere e proprie poesie, da parte degli autori. La tradizione culturale di quei paesi è permeata da reciproci scambi tra scienza e poesia, pur nella perfetta conoscenza delle differenze esistenti tra i due ambiti. Ma non c’è paura nel frequentare il sottoinsieme di intersezione tra i due. Così Milton, Samuel Johnson, Coleridge (per citarne solo alcuni) si sono occupati di scienza e matematica nelle loro poesie e, d’altro canto, abbiamo scienziati come Maxwell che si sono dilettati con la poesia scientifica.
    Da noi era così ai tempi di Galileo, e non è un caso che il pisano scrivesse sonetti oppure poesie satiriche e che la sua prosa sia oggi considerata da qualcuno come una delle migliori della letteratura italiana. La cesura è arrivata dopo, con l’affermarsi dell’idealismo e del predominio assegnato alla cultura classica rispetto a quella scientifica. La riforma Gentile della scuola italiana ha sanzionato lo iato, al punto che si pensava che solo chi conosce Orazio ed Eschilo può far farte della classe dirigente. Solo in questi ultimi tempi le cose stanno cambiando, assai lentamente e faticosamente. Nel mio piccolo, sto cercando di fare in modo che scompaiano le diffidenze reciproche e non ho alcuna difficoltà nel dire che è possibile provare lo stesso piacere estetico nel leggere una poesia di Leopardi e nel comprendere una grande costruzione intellettuale come la relatività einsteniana o nell’ammirare la preziosa sintesi della formula di Eulero.
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