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14 dicembre 2009

Vite degli astronomi /10. Fred Hoyle (1915-2001)

Non tutti gli scienziati passano alla storia per una scoperta memorabile. A volte, qualcuno viene ricordato soprattutto per aver giocato il ruolo dell’antagonista, di quello che pensava che fosse tutto sbagliato. Nella scienza, chi critica fa parte del gioco; e ha diritto a una parte di gloria, anche se alla lunga la sua idea risulta sconfitta. (E poi, sai che noia Sherlock Holmes senza un professor Moriarty?)

È per questo che oggi, ogni volta che parliamo del big bang, salta fuori il nome di Fred Hoyle. Fu un bastian contrario per natura, ma prima di ogni cosa fu l’acerimmo rivale della teoria del big bang. Si racconta che l’idea alternativa, di cui Hoyle diventò l’indiscusso profeta, arrivò dopo che lui e due suoi colleghi (Hermann Bondi e Tommy Gold) erano stati in un cinemaccio di Cambridge a vedere un horror di serie b intitolato “Dead of the Night”. Il film aveva una struttura circolare (molto prima di “Lost”) per cui sembrava che tutto cambiasse ma alla fine non cambiava niente (e volete spiegarlo a noi italiani?). Gold la buttò lì: “Vuoi vedere che l’universo è fatto in questo modo?” (Non è difficile immaginare che nella formula magica della serata comparissero anche un pub e della birra inglese.) Così, nacque il modello dello “stato stazionario”: l’universo si espande, è vero, ma ogni tanto spunta dal nulla un atomo qua, un atomo là, e tutto resta uguale a prima. Niente inizio, niente fine.

Il fatto è che, a Hoyle, un universo che aveva origine con un’esplosione non andava proprio giù. Una volta, durante una trasmissione radiofonica della BBC, pensò di ridicolizzare l’avversario: “Un botto, ma ve lo immaginate, dovremmo credere che tutto è cominciato con un ‘grande botto’, ah-ah, non siamo ridicoli.” L’ufficio marketing della concorrenza si diede una manata sulla fronte: “‘Big bang’! Ecco il nome che cercavamo! Suona benissimo, perché non ci abbiamo pensato prima? Correte a stampare le magliette!” (Insomma, più che Moriarty, qui siamo dalle parti di Dick Dastardly.)

Il modello stazionario di Bondi, Gold e Hoyle ebbe vita breve. Cadde con onore, spazzato via da evidenze e osservazioni contrarie. Ma con quella faccia un po’ da Sartre, Hoyle si era ormai calato fin troppo nella parte di voce critica dell’establishment. Continuò a restare aggrappato a un modello spacciato, inventando modi sempre più complicati e disperati per salvare il salvabile. Ogni ortodossia scientifica, anche fuori dall’astronomia, diventò un bersaglio da attaccare. Se la prese con i paleontologi che avevano scoperto un fossile di archaeopterix (secondo lui, un falso); disse che la teoria dell’evoluzione non poteva spiegare l’origine della vita, e immaginò che i virus arrivassero dallo spazio; alcune sue dichiarazioni lo fecero diventare uno dei numi tutelari del movimento pseudo-scientifico sul progetto intelligente.

L’immaginazione a briglia sciolta di Hoyle finì per isolarlo dal mondo scientifico, ma lo portò a scrivere qualche buon libro di fantascienza. E forse anche per la sua fama di ribelle, il suo vero grande contributo al progresso della scienza (il meccanismo di produzione dei nuclei atomici nelle stelle) fu ignorato dal comitato del Nobel, che, nel 1983, assegnò il premio per la scoperta a William Fowler. Comportarsi da Pierino non paga, a Stoccolma.
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