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3 novembre 2009

Vite degli astronomi /8. Edwin Hubble (1889-1953)

Poche storie. Se c'è un astronomo contemporaneo che può essere paragonato ai più grandi del passato — uno che da solo ha cambiato la nostra idea dell'universo nello stesso modo in cui lo hanno fatto Keplero o Galileo — quell'astronomo è Edwin Hubble.

Alto, atletico, sicuro di sé, e interessato allo sport almeno quanto allo studio — il classico ragazzone americano che uno si aspetterebbe di vedere in un campo di football, circondato da ragazze pon-pon, piuttosto che dietro l'oculare di un telescopio — il giovane Hubble è abbastanza brillante da guadagnarsi una borsa di studio per Oxford, su raccomandazione nientemeno che del futuro premio Nobel Robert Millinkan. Torna in America qualche anno dopo, con una passione per le giacche di taglio inglese e per le pipe, e con un accento ostentatamente british. In tasca ha un master in legge preso per far contento il padre, e si guadagna da vivere insegnando spagnolo in un college di provincia e allenando la squadra di basket locale.

Ma la vera passione è l'astronomia. Al grido di "Meglio astronomo di second'ordine che avvocato di prim'ordine", Hubble riesce a prendere un PhD all'università di Chicago lavorando nell'osservatorio locale. La tesi di dottorato di Hubble è abbastanza buona da farlo notare a Mount Wilson, in California, dove si sta costruendo il più grande telescopio dell'epoca. In breve, Hubble riceve l'offerta di unirsi allo staff di astronomi dell'osservatorio: l'offerta che cambierà la sua vita e la storia dell'astronomia.

Ma la prima guerra mondiale si mette di mezzo. Hubble sceglie di rimandare l'assunzione e parte volontario per l'Europa. Quando finalmente arriva a Mount Wilson, nel 1919, ancora avvolto nel suo impermeabile militare, il maggiore Edwin Powell Hubble si ritrova in una posizione simile a quella di Galileo tre secoli prima di lui. Ha per le mani uno strumento nuovo e potentissimo, e sarà il primo a usarlo al massimo del suo potenziale.

Non ci mette molto. Per prima cosa, Hubble prende le misure all'universo. Con l'idea di applicare la tecnica escogitata da Henrietta Leavitt qualche anno prima per misurare le distanze, Hubble si mette a caccia di Cefeidi e in breve ne individua una in Andromeda, una nebulosa che gli astronomi non riescono a classificare: è uno sbuffo di materiale interno alla nostra galassia o una galassia a sua volta? Secondo molti, incluso Harlow Shapley, uno dei più importanti astronomi dell'epoca — che, in una sciagurata scelta di carriera, ha appena lasciato Mount Wilson per diventare direttore dell'osservatorio di Harvard —, la nostra Via Lattea è tutto l'universo. Ma la Cefeide individuata da Hubble in Andromeda dice esattamente il contrario. Andromeda è distante milioni di anni luce, troppi per far parte della nostra isola cosmica. Edwin Hubble ha dimostrato che l'universo è di gran lunga più grande di quanto si pensasse. È il 1924, e Hubble diventa una star planetaria, l'eroe della nuova astronomia.

Ma nessun eroe è completo senza uno scudiero fedele. Don Chisciotte aveva Sancho Panza, Sherlock Holmes aveva Watson, Dylan Dog ha Groucho; Hubble trova la spalla perfetta in Milton Humason, un assistente di umili origini che non ha finito le scuole superiori, ha fatto mille mestieri, è arrivato a Mount Wilson prima come facchino e poi come uomo delle pulizie, fino a imparare, con scrupolo e tenacia, il mestiere di astronomo. Hubble e Humason continuano a osservare altre nebulose, ormai definitivamente identificate come galassie esterne alla nostra, e si accorgono di una regolarità interessante. Tutte queste galassie, apparentemente, si stanno allontanando da noi. Hubble ne ricava, con una certa audacia, una legge, che successive osservazioni dimostreranno corretta: la velocità con cui le galassie appaiono allontanarsi da noi è proporzionale alla loro distanza. Il che non porta alla conclusione — pur non priva di fascino — che la nostra galassia sia una sorta di appestato cosmico. Al contrario, è l'intero universo che si sta espandendo, portando ogni galassia a allontanarsi da ogni altra galassia. Lo spazio già immenso tra le cose del cosmo diventa ogni giorno più grande.

Dalle colline toscane a quelle della California; il paesaggio non è così diverso, e i tre secoli passati da Galileo a Hubble non sono poi molti. Ma l'universo è cambiato. È un universo strano, un universo smisurato e in continuo mutamento. Un universo che nessuno avrebbe immaginato, osservato per la prima volta da un cestista di provincia fattosi gentleman inglese.
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