Dell'ultimo libro di Douglas Hofstadter, "I Am a Strange Loop", si può dire che riparte da dove ci aveva lasciato "Gödel, Escher, Bach", e che di quel libro riprende il tema principale, depurandolo delle digressioni che ne rendevano la lettura un'esperienza stimolante e frustrante allo stesso tempo. L'ossessione di Hofstadter è sempre quella di capire come dall'auto-organizzazione della materia inanimata possano a un certo punto emergere la coscienza e la consapevolezza; ancora una volta, la soluzione proposta è che la chiave sia nelle proprietà autoreferenziali (gli "strani anelli" del titolo) che scaturiscono in modo apparentemente inevitabile quando i sistemi simbolici superano un certo livello di complessità, come viene esemplificato attraverso l'ennesima analisi dell'opera di Gödel. A trent'anni di distanza dal primo libro, Hofstadter sembra essere meno entusiasta delle prospettive dell'intelligenza artificiale, che in effetti non vengono neanche discusse. Ma resta convinto che si possa comprendere la coscienza non solo senza ricorrere a ipotesi magiche, ma neanche tirando in ballo meccanismi fisici sconosciuti e forse inconoscibili (alla Penrose).
Il limite del libro è che, in fondo, nessuna delle idee proposte, per quanto affascinanti, porta a una spiegazione rigorosa e convincente del funzionamento della coscienza: si va avanti per intuizioni e analogie, alcune delle quali francamente piuttosto deboli (come il video-feedback prodotto puntando una videocamera su uno schermo televisivo che ne riproduce le immagini). Ma, nonostante questo, leggendo "I Am a Strange Loop" si ha il privilegio di ascoltare i pensieri di una persona estremamente acuta, che ha riflettuto a fondo su problemi incredibilmente complessi, e che, cosa non trascurabile, scrive benissimo. E forse, le cose più belle del libro sono quelle più personali, le pagine in cui Hofstadter parla della moglie scomparsa improvvisamente, della sensazione che frammenti di quelle configurazioni simboliche che ne costituivano l'essenza sopravvivano qua e là, come un software che continui a girare su hardware diversi — in una specie di immortalità fragile e imperfetta. L'io è un'illusione, conclude Hofstadter, un'allucinazione percepita da un'allucinazione, un miraggio tenace, utile alla sopravvivenza di organismi complessi come gli esseri umani, ma non più reale di un arcobaleno.
28 agosto 2008
18 agosto 2008
Scommettiamo?
L'altro giorno, mentre camminavo in un corridoio del Caltech, ho notato una lunga fila di fogli di carta incorniciati appesi al muro. Avvicinandomi, mi sono accorto che erano scommesse su questioni scientifiche, fatte, nel corso di oltre trent'anni, da Kip Thorne con colleghi e studenti. Chi ha letto "Dal Big Bang ai buchi neri", di Stephen Hawking, probabilmente ricorderà un paio di queste scommesse (una sull'esistenza di un buco nero in Cignus X-1, l'altra sulla possibilità teorica di avere "singolarità" prive di orizzonte). Be', gli originali, firmati da Hawking e Thorne, erano lì, appesi su quel muro. (Per la cronaca, Thorne ha vinto quasi tutte le scommesse, con la notevole eccezione di quelle riguardanti la rivelazione di onde gravitazionali — che ancora non c'è stata, a dispetto delle sue ottimistiche previsioni.)
Personalmente, non sono affatto un amante dell'azzardo e delle scommesse (anni fa, di passaggio a Las Vegas, il mio primo e ultimo contributo all'industria del gioco fu una moneta da un quarto di dollaro infilata in una slot machine — per vedere l'effetto che faceva — mentre ero in fila per pagare il pranzo). Eppure, c'è qualcosa nel fare scienza che assomiglia allo scommettere. Uno dei crismi di una teoria scientifica ben formulata — la sua capacità di fare previsioni falsificabili — implica una specie di scommessa con la natura, e il tentativo di scoprirne le carte per vedere chi ha ragione.
Ne "Le cosmicomiche" di Italo Calvino, c'è un racconto, "Quanto scommettiamo?", in cui il solito Qfwfq e il Decano, subito dopo l'origine dell'universo, iniziano a sfidarsi puntando su quale sarà il passo successivo nella sua evoluzione. Inizialmente Qfwfq vince a mani basse, applicando le leggi della fisica, ma le cose si fanno più complicate man mano che il tempo passa. L'universo diventa sempre più complesso, le variabili si moltiplicano, i sistemi si fanno caotici e le previsioni diventano più difficili. In un certo senso, nel racconto di Calvino, c'è tutta la profonda differenza fra scienze "dure", che studiano sistemi altamente deterministici e possono fare previsioni accurate, e scienze in cui la casualità e l'imprevedibilità giocano un ruolo pesantissimo, e si va avanti a colpi di statistica.
E insomma, questa cosa delle scommesse scientifiche mi ha incuriosito, e ho scoperto che, oltre a Thorne, di scienziati che nel corso dei secoli hanno giocato come Qfwfq e il Decano ce ne sono parecchi, e a quanto pare il primo è stato — guarda un po' — Keplero. E la cosa è talmente diffusa che c'è questo sito, con regole molto precise, dove chi pensa di avere una previsione da fare può renderla pubblica e metterla alla prova. Se qualcuno non è d'accordo con la previsione può sfidarla, trasformandola in una scommessa. Guardare la lista delle previsioni e delle scommesse è divertente: molte sono abbastanza assurde, altre più concrete. E nella lista degli scommettitori si trovano parecchi nomi eccellenti.
Personalmente, non sono affatto un amante dell'azzardo e delle scommesse (anni fa, di passaggio a Las Vegas, il mio primo e ultimo contributo all'industria del gioco fu una moneta da un quarto di dollaro infilata in una slot machine — per vedere l'effetto che faceva — mentre ero in fila per pagare il pranzo). Eppure, c'è qualcosa nel fare scienza che assomiglia allo scommettere. Uno dei crismi di una teoria scientifica ben formulata — la sua capacità di fare previsioni falsificabili — implica una specie di scommessa con la natura, e il tentativo di scoprirne le carte per vedere chi ha ragione.
Ne "Le cosmicomiche" di Italo Calvino, c'è un racconto, "Quanto scommettiamo?", in cui il solito Qfwfq e il Decano, subito dopo l'origine dell'universo, iniziano a sfidarsi puntando su quale sarà il passo successivo nella sua evoluzione. Inizialmente Qfwfq vince a mani basse, applicando le leggi della fisica, ma le cose si fanno più complicate man mano che il tempo passa. L'universo diventa sempre più complesso, le variabili si moltiplicano, i sistemi si fanno caotici e le previsioni diventano più difficili. In un certo senso, nel racconto di Calvino, c'è tutta la profonda differenza fra scienze "dure", che studiano sistemi altamente deterministici e possono fare previsioni accurate, e scienze in cui la casualità e l'imprevedibilità giocano un ruolo pesantissimo, e si va avanti a colpi di statistica.
E insomma, questa cosa delle scommesse scientifiche mi ha incuriosito, e ho scoperto che, oltre a Thorne, di scienziati che nel corso dei secoli hanno giocato come Qfwfq e il Decano ce ne sono parecchi, e a quanto pare il primo è stato — guarda un po' — Keplero. E la cosa è talmente diffusa che c'è questo sito, con regole molto precise, dove chi pensa di avere una previsione da fare può renderla pubblica e metterla alla prova. Se qualcuno non è d'accordo con la previsione può sfidarla, trasformandola in una scommessa. Guardare la lista delle previsioni e delle scommesse è divertente: molte sono abbastanza assurde, altre più concrete. E nella lista degli scommettitori si trovano parecchi nomi eccellenti.
9 agosto 2008
E la chiamano estate
Agosto: tempo di parole crociate sotto l'ombrellone, di asfalto fuso, zanzare, zampironi, penniche pomeridiane e repliche televisive. Un po' per sottrarsi a tutto questo, ma soprattutto perché il lancio di Planck si avvicina a grandi passi e c'è da lavorare parecchio, il titolare qui ha preso un aereo (anzi due, per l'esattezza) e se n'è andato nell'assolata California, al JPL. Che sarebbe il posto dove fanno i robotini e le sonde che poi vanno a rovistare su Marte con le palette o si paracadutano su Titano, mica robetta insomma. Per cui, andandosene in giro nel campus con un badge NASA appeso al collo (che fa sempre la sua figura), tra fontane, alberi, scoiattoli e cerbiatti, può capitare di trovarsi di fronte a vecchi razzi, a edifici con scritto Spacecraft Development o Space Simulator, o a gigantografie dei pianeti del sistema solare (marziani niente, per ora). Insomma, tutto molto film di fantascienza anni '60. (Come se non bastasse, l'altro giorno, oltre a un breve e nostalgico ritorno a Berkeley, c'è scappata anche una visita al centro di supercalcolo scientifico del NERSC a Oakland, dove, tra il freddo dell'impianto di refrigerazione, il bianco asettico delle pareti, i muri neri di calcolatori allineati in file perfette, e il ruggito assordante e alieno dei processori, la sensazione di essere piombati nel pieno di un delirio kubrickiano c'era tutta.)
Tutto questo per dire che qui si andrà, con ogni probabilità, piuttosto a rilento, ma potrebbe anche scapparci qualche estemporaneo aggiornamento, un po' più leggero del solito. (Tanto, diciamocelo: è estate, siete tutti quanti al mare, e non mi leggereste comunque.)
Tutto questo per dire che qui si andrà, con ogni probabilità, piuttosto a rilento, ma potrebbe anche scapparci qualche estemporaneo aggiornamento, un po' più leggero del solito. (Tanto, diciamocelo: è estate, siete tutti quanti al mare, e non mi leggereste comunque.)
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