28 novembre 2007

Vuoti a rendere

Parecchi mi hanno chiesto ragguagli e opinioni a proposito di questa notizia. Per chi non l'avesse letta, si tratterebbe della presunta scoperta di una traccia osservativa di (cosiddetti) universi paralleli al nostro, sotto forma di un vuoto nella distribuzione di galassie. Il vuoto è lo stesso di cui abbiamo parlato qui un po' di tempo fa; e gli "universi paralleli" sarebbero quelli che vengono fuori in alcune interpretazioni della teoria delle stringhe, ovvero quelli basati sulla speculativa e controversa idea del "landscape" (e anche a questa cosa avevamo un po' già accennato qui, sebbene in un contesto diverso). Per capirci qualcosa di più bisogna intanto osservare che la notizia si riferisce a un articolo apparso su New Scientist, che è una buona rivista di divulgazione scientifica (alla Scientific American, per capirci) ma non certo un'autorevole rivista specialistica (alla Nature, per capirci). Comunque, nel 2006 Mersini-Houghton aveva presentato uno studio, poi ripreso e ampliato con alcuni collaboratori, sulla possibilità che la presenza di vuoti nella distribuzione di materia possa essere letta come una "smoking gun", un'evidenza indiretta in favore dello scenario del "landscape". Stando a questo scenario, diverse regioni con diverse condizioni iniziali avrebbero originato diversi universi, separati dal nostro da distanze così enormi da non essere osservabili (tecnicamente, questi universi sarebbero fuori dal nostro orizzonte cosmologico). Ma secondo Mersini-Houghton e collaboratori, il fenomeno dell'entanglement quantistico, che agiva tra le diverse regioni quando queste erano ancora microscopiche (prima cioè della successiva espansione), continuerebbe a legarle ancora oggi, causando, tra l'altro, vuoti nella distribuzione di materia su grande scala. Ora, il vuoto osservato qualche mese fa viene interpretato da Mersini-Houghton proprio come una conferma della sua ipotesi. Tutto molto speculativo e ancora da approfondire, e sicuramente non l'unica interpretazione possibile. Ma data la ben nota difficoltà nel mettere alla prova la teoria delle stringhe, la cosa ha fatalmente destato un certo interesse.

22 novembre 2007

Sezione Pi Quadro

Sezione Pi Quadro, vincitore del Premio Urania 2006, è un ottimo romanzo di genere, un noir fantascientifico ambientato nella Napoli del 2059. Un romanzo che, nonostante i ripetuti ed evidenti omaggi a una tradizione in cui il mondo anglosassone la fa da padrone, è fortemente italiano nell'impianto complessivo. Questo sia detto semplicemente per constatare che buona e credibile fantascienza può essere ambientata nei vicoli di Napoli altrettanto bene che 'downtown' Los Angeles.

Non spenderò molte parole sulle indubbie capacità letterarie di Giovanni De Matteo, che non vengono certo scoperte adesso. Per tenere fede alla vocazione di questo blog, mi interessa soprattutto sottolineare la cura del dettaglio che l'autore ha messo nella descrizione degli aspetti scientifici e tecnologici, secondo me cruciali in una buona storia di fantascienza ma troppo spesso trascurati a vantaggio di una lettura esclusivamente sociologica. Mi è capitato raramente in un'opera di questo tipo di sentire parlare con la stessa cognizione di causa di meccanica quantistica, di paradigma olografico, di nanotecnologia, di neuroscienze. La cosa è essenziale nell'economia della storia, in quanto Sezione Pi Quadro si colloca a suo modo nel filone della letteratura post-singolare, quella in cui si dipinge un futuro prossimo improvvisamente trasformato da un'esplosione tecnologica a catena, una discontinuità dopo la quale nulla è più come prima - una singolarità, appunto. Qualcuno potrebbe trovare queste parti del racconto - in alcuni casi dei veri e propri minisaggi disseminati lungo la trama - troppo pesanti. Io le ho trovate interessantissime. La Napoli futura di De Matteo prende vita anche in questo modo - per esempio quando seguiamo il protagonista salire su un veicolo a idrogeno e ascoltare un notiziario radiofonico che parla di colonizzazione spaziale.

Insomma, non la faccio troppo lunga: a me il libro è piaciuto. Adesso non resta che aspettare De Matteo alla prossima prova.

19 novembre 2007

Scienza. Funziona

La cosa che trovo straordinaria nel successo di xkcd, la striscia messa in rete un paio di anni fa da un geek ventitreenne e propagatasi tra molti altri geek fino a far parlare di sé anche Wired, non è il contrasto con la grafica approssimativa (gli omini-stecco fanno scattare il classico "quello potevo farlo anch'io") quanto il fatto che per capire le battute bisogna cogliere tutto un substrato di sottintesi che pescano nel mondo esoterico della tecnologia, dei computer, della fisica, della matematica, e così via. Insomma, roba molto di nicchia. Per esempio, mi domando quanti abbiano capito questa:



La curva è quella di una distribuzione energetica di corpo nero, un sistema fisico ideale che descrive una situazione di equilibrio tra radiazione elettromagnetica e materia. Con buona approssimazione, qualsiasi oggetto a una certa temperatura, per esempio una stella o il nostro stesso corpo, emette radiazione elettromagnetica che segue la distribuzione di corpo nero. Ora, la fisica del corpo nero è di per sé di straordinaria importanza in fisica: per capire come mai la distribuzione avesse proprio quella forma, all'inizio del XX secolo Max Planck dovette inventare il concetto di "quanto" di energia, cosa che in breve portò alla rivoluzione della meccanica quantistica. (La formula che compare sopra la curva è proprio la legge di Planck del corpo nero.) Ma non è a questo che si riferisce la frase nella vignetta ("Scienza. Funziona, cavolo"). L'allusione riguarda uno dei più spettacolari esempi di accordo fra previsioni teoriche e dati sperimentali della storia della scienza (e non lo dico perché è il mio campo di ricerca, credetemi). Il modello del Big Bang prevede che tutto l'Universo sia pervaso da una radiazione cosmica di fondo con caratteristiche di corpo nero alla temperatura di circa 3 gradi sopra lo zero assoluto, residuo di una fase primordiale, terminata da diversi miliardi di anni, in cui l'intero Universo era in equilibrio termico a temperature enormi. Come sa già chi passa spesso da queste parti, questa radiazione è stata rivelata casualmente per la prima volta nel 1964. Poi, nel 1990, il satellite COBE fece una misura estremamente accurata della sua distribuzione energetica e scoprì che, esattamente come previsto, è quella di un corpo nero praticamente perfetto alla temperatura di 2.7 K. Il picco di energia si trova a circa 160 GHz, proprio come indicato  nella vignetta. Per questo e altro COBE ha poi avuto il Nobel per la Fisica, nel 2006.

Ecco, tutto questo per capire una vignetta.

11 novembre 2007

Nuovi mondi

Ci sono cose a cui uno si abitua in modo così rapido da dimenticare quanto siano straordinarie. Adesso le scoperte di pianeti intorno ad altre stelle sono diventate così frequenti da meritare poco più di un trafiletto nelle pagine scientifiche dei quotidiani. Per fare notizia bisogna che ci sia un piccolo record da infrangere. Questa settimana si è parlato della scoperta del quinto pianeta intorno a 55 Cancri, una stella distante 41 anni luce da noi. Notizia importante, certo, perché la scoperta di un sistema con molti pianeti rende il nostro sistema solare meno speciale. Ma ho la sensazione che ormai stia subentrando una certa assuefazione a questi annunci.

Ma c'è un modo, secondo me, per cancellare l'impressione della routine. Bisogna pensare a questa continua scoperta di pianeti extrasolari come a un conto alla rovescia. Nessuno sa quanto manca esattamente, ma si tratta di pochi anni, un decennio, al massimo. Un giorno, uno di questi pianeti non sarà semplicemente una gigantesca palla di gas simile a Giove. Un giorno, il pianeta scoperto sarà un pianeta roccioso, intorno a una stella simile al Sole. Sarà a una distanza dalla sua stella tale da consentire l'esistenza di acqua liquida. Un'analisi spettrale rivelerà un'atmosfera, magari contenente ossigeno. Avremo la certezza che lì fuori, da qualche parte, c'è un pianeta simile alla Terra. Quel giorno, leggeremo la notizia e, credetemi, nulla ci sembrerà più come prima.

03 novembre 2007

Quella volta che Kubrick credette (per poco) di aver visto un UFO

Sfogliando il catalogo della mostra su Stanley Kubrick che si tiene in questi giorni a Roma, ho trovato qualche dettaglio in più su un episodio di cui avevo già letto nel libro "Interviste extraterrestri" (libro di cui avevo parlato qui e qui). Nel 1964, mentre lavorava con Arthur Clarke alla sceneggiatura di "2001 Odissea nello spazio", Kubrick contattò la US Air Force per segnalare l'avvistamento di un oggetto volante non identificato. L'avvistamento era avvenuto sulla terrazza di un albergo di New York, mentre Kubrick era in compagnia di sua moglie Christiane e dello stesso Clarke. Nel catalogo sono riportate le pagine del questionario che l'USAF fece riempire al regista, come voleva la prassi. Fu subito chiaro che Kubrick aveva osservato il passaggio nel cielo di una nostra vecchia conoscenza: il satellite Echo. Va detto che questa era stata proprio la prima spiegazione venuta in mente al regista, come si vede dalle sue risposte al questionario (meticolosissime, come ci si aspetta). Echo viene infatti citato da Kubrick come esempio sia per le dimensioni che per la luminosità dell'oggetto osservato. L'origine dell'equivoco pare sia da attribuire al fatto che tanto il New York Times che il Planetario Hayden, consultati dal regista, avevano fornito un orario sbagliato per il passaggio del satellite sulla città.

(Per inciso, se come me siete fissati per Kubrick, la mostra merita una visita. Ci sono le sceneggiature originali, i libri consultati e annotati da Kubrick, materiale di scena, modellini dei set e attrezzature tecniche - le maschere da scimmione e i caschi di 2001, le asce di Shining, i costumi di Arancia Meccanica e Barry Lyndon, gli obiettivi e le macchine da presa usati da SK. Con un biglietto Metrebus timbrato si entra per 10 Euro, e se resta tempo si visitano anche altre due mostre: Rothko e Ceroli. Avete tempo fino al 6 gennaio.)