23 luglio 2007

Dama, non dama

"Colgo quindi l'occasione per sostenere che le facoltà più elevate dell'intelligenza riflessiva sono messe alla prova più a fondo e con maggiore utilità dal gioco più modesto della dama piuttosto che dall'elaborata frivolezza degli scacchi. In quest'ultimo gioco, dove i pezzi si muovono con mosse diverse e bizzarre, secondo dei valori vari e variabili, ciò che è soltanto complesso viene scambiato (errore piuttosto comune) per ciò che è profondo. Si richiede qui la massima capacità d'attenzione. Distrarsi per un attimo significa commettere una svista da cui deriverà un danno o una sconfitta. Poiché le mosse possibili non sono soltanto molteplici, ma anche complesse, le occasioni per simili sviste si moltiplicano, e nove volte su dieci vince la partita non il giocatore più acuto, ma quello che sa maggiormente concentrarsi. Nel gioco della dama, invece, dove il movimento è unico e consente poche variazioni, le probabilità di distrazioni sono minori, e dal momento che la semplice attenzione viene impegnata solo relativamente, i risultati ottenuti da entrambi gli avversari sono attribuibili soltanto a una maggiore dose di acumen. Per toglierci dall'astratto: immaginiamo una partita a dama dove i pezzi siano ridotti a solo quattro dame, e dove naturalmente non ci sia da aspettarsi alcuna svista. E' chiaro che qui la vittoria sarà decisa (dal momento che i giocatori si trovano su un piano di parità) da una mossa 'recherchée', risultato di un eccezionale sforzo mentale. Non potendo valersi dei consueti stratagemmi, l'analista s'insinua nello spirito dell'avversario, si identifica con esso, e non di rado vede così, a colpo d'occhio, l'unica mossa (a volte assurdamente semplice) mediante la quale può indurlo a commettere un errore o affrettare un calcolo sbagliato."

Io questa citazione da “I delitti della Rue Morgue” di Poe (beh, non proprio tutta, una mia sintesi opportunamente parafrasata) la sono andato ripetendo a destra e a manca per anni. Mi ci facevo forza, ché a scacchi non sono mai stato un granché. E sì che ci ho provato. Ma richiedono troppa concentrazione, troppa freddezza, troppa cattiveria (“Gli scacchi sono lo sport più violento di tutti”, un’altra citazione, di Garry Kasparov). Belli, gli scacchi, bellissimi, c’è tutta un’estetica matematica, una ricerca di simmetrie, il “nobil giuoco” e tutto il resto. (Ah, il silenzio di certe sale da torneo moquettate di verde). Ma poi, fondamentalmente, chi perde a scacchi si sente stupido. Molto. E insomma, io mi davo un tono citando Poe e dicendo che a dama, a dama sì che si vede la vera intelligenza.
Ecco. Poi, però, qualcuno calcola calcola e scopre che basta, finiamola qui, ché tanto la dama è risolta. Sarebbe a dire: se nessuno dei due giocatori sbaglia mossa il risultato è per forza una patta.
Insomma, la dama ridotta al livello del tris.

(Via Dorigo e Momoblog).

4 commenti:

  1. Bè, consolati col fatto che non è stata risolta la versione che viene giocata in Italia. Per quella c'è ancora un po' di speranza (magari tra qualche anno la risolveranno in pochi minuti).

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  2. Ciao Amedeo,

    per me il fatto che un gioco sia "risolto" non ne riduce l'appeal. Anche certi finali di scacchi con 5 o 6 pezzi, e anche 7 alcuni, sono stati risolti. Ebbene, a giocare le mosse "perfette" su una scacchiera, completamente incomprensibili, viene da pensare che questo gioco sia davvero troppo difficile per gli esseri umani. Della dama si sapeva che fosse impossibile vincere a gioco corretto (cosa gia' scoperta con la pratica dai grandi maestri molto tempo fa). Nonostante cio' rimane un gioco stimolante e interessante, se non si raggiunge un livello "troppo alto". Per gli scacchi, quel livello non verra' mai raggiunto da un umano (anche se le protesi bioniche alla kurzweil potrebbero renderci un giorno capaci di questo e altro), e per questo gli scacchi rimarranno sempre un gioco affascinante... Piu' della dama ;-)

    Cheers,
    T.

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  3. Visto da un sito di scacchi:
    http://www.chessbase.com/newsdetail.asp?newsid=3997

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  4. Ma io che perdo a tris dovrei dunque farmi delle domande?

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