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6 febbraio 2007

Primo Levi e il linguaggio della scienza

Una delle mie fissazioni è che c'è, nel mondo, uno strato di bellezza che solo la scienza riesce a portare pienamente alla luce: e che se non si riesce a trasmettere un po' di questa bellezza a tutti, la conoscenza scientifica in sé ne esce un po' diminuita.

Per questo è bello quando un grande scrittore sa scrivere di scienza. Sono pochi, soprattutto in Italia, imbevuta di cultura umanistica, quelli che hanno il coraggio e la formazione adeguata per avventurarsi in territori che sembrano troppo remoti dall'esperienza quotidiana per poterne fare buona letteratura. Ma quando qualcuno è all'altezza del compito, succedono miracoli. Uno in grado di tirare fuori grandi storie dai fatti scientifici era Italo Calvino. Un altro era Primo Levi, ed è strano dover scoprire qualcosa che ha scritto leggendolo tradotto in inglese. Il New Yorker pubblica un suo racconto in occasione dell'uscita di un volume che raccoglie racconti mai tradotti prima in inglese. Il racconto era contenuto originariamente nella raccolta "Lilìt e altri racconti" (non sono riuscito a capire se è ancora in stampa). L'inizio è folgorante (devo copiarlo in inglese, purtroppo, non avendo la versione originale):
Once upon a time, somewhere in the universe very far from here, lived a peaceful star, which moved peacefully in the immensity of the sky, surrounded by a crowd of peaceful planets about which we have not a thing to report. This star was very big and very hot, and its weight was enormous: and here a reporter’s difficulties begin. We have written “very far,” “big,” “hot,” “enormous”: Australia is very far, an elephant is big and a house is bigger, this morning I had a hot bath, Everest is enormous. It’s clear that something in our lexicon isn’t working.
Qualche giorno fa parlavo della difficoltà di visualizzare dimensioni lontane dall'esperienza ordinaria. Ancora più difficile darne un'idea attraverso il linguaggio, perché
It’s a language that was born with us, suitable for describing objects more or less as large and as long-lasting as we are; it has our dimensions, it’s human. It doesn’t go beyond what our senses tell us.
E ancora:
Not even with superlatives does one get very far: how many times as high as a high tower is a very high tower? Nor can we hope for help from disguised superlatives, like “immense,” “colossal,” “extraordinary”: to relate the things that we want to relate here, these adjectives are hopelessly unsuitable, because the star we started from was ten times as big as our sun, and the sun is “many” times as big and heavy as our Earth, whose size so overwhelms our own dimensions that we can represent it only with a violent effort of the imagination. There is, of course, the slim and elegant language of numbers, the alphabet of the powers of ten, but then this would not be a story in the sense in which it wants to be a story; that is, a fable that awakens echoes, and in which each of us can perceive distant reflections of himself and of the human race.
E allora, come fare? Ci vuole uno grande scrittore, come Primo Levi appunto, per colmare il baratro tra il linguaggio di tutti i giorni e quello della scienza, e per dare alla nostra fantasia la possibilità di catturare qualche frammento del mondo reale.
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